Il saluto a Ramelli è democratico

La procura di Milano archivia una triste vicenda di “antifascismo” postumo
2 SET 26
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Foto Ansa

Repubblica di Milano si è molto stupita che la procura di Milano abbia “cambiato idea” a proposito della punibilità dei militanti di destra usi, da anni, a commemorare col “saluto fascista” il giovane militante Sergio Ramelli, ammazzato a sprangate da militanti di sinistra mezzo secolo fa. In realtà la procura non ha esattamente “cambiato idea”. Più semplicemente, ha preso atto di una sentenza della Cassazione a Sezioni riunite del 2024 che indicava, per questa e altre situazioni analoghe, di valutare caso per caso l’esistenza o meno di un “concreto pericolo di riorganizzazione del partito fascista”.
Ora la procura di Milano ha archiviato diciotto militanti che avevano partecipato al corteo per Ramelli nel 2023. La cosa interessante è che l’archiviazione era stata proposta direttamente dal pm d’accusa. E molto chiare le motivazioni: non ci sono “elementi tali da far ritenere che l’impianto democratico della Repubblica italiana potesse essere messo concretamente in pericolo”, mentre il saluto romano in quell’occasione non “esprime ideologia di intolleranza e discriminazione”. Del resto in luglio la Corte d’appello di Milano aveva confermato le assoluzioni di 23 imputati per la stessa manifestazione svoltasi nel 2019, conformemente all’indirizzo di Cassazione. Diversamente dallo stupore degli antifascisti di maniera – che farebbero meglio a occuparsi dei nuovi rossobruni, anziché degli orpelli di decenni fa – stupisce che la stessa corte nel 2025, un anno dopo dunque la Cassazione, avesse confermato tredici condanne per l’identico fatto, ma in base a denunce del 2018. Sembra assurdo, ma ogni anno a Milano c’è chi s’intigna a denunciare la commemorazione per Ramelli; tra loro, molti di quelli che ancora ritengono il suo assassinio un piccolo perdonabile eccesso dell’antifascismo. Ora forse, conformandosi alla Cassazione, la procura di Milano ha messo un punto fermo su questo stanco rituale d’odio su cui persino La Russa ha più volte chiesto una pacificazione della memoria.