La strategia di Graviano per spargere ancora fango su Berlusconi

L’ex superboss di Cosa nostra, ritenuto "totalmente inattendibile" dai pm, vuole diffondere un documento agli italiani con le proprie “verità” (o, per meglio dire, bufale) sulle stragi mafiose del 1992-1993 e i presunti rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e Cosa nostra

28 AGO 26
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Due istanze di revisione di condanne definitive e soprattutto un documento da diffondere agli italiani con le proprie “verità” (o, per meglio dire, bufale) sulle stragi mafiose del 1992-1993 e i presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra. E’ questa, secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate, la strategia legale e comunicativa che intende attuare nei prossimi mesi l’ex superboss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, dal 1994 in carcere dopo essere stato condannato all’ergastolo per le stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano, e per l’omicidio di padre Pino Puglisi. Le istanze di revisione dovrebbero riguardare proprio le sentenze di condanna subite da Graviano per la strage di Via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 venne ucciso Borsellino, e per l’assassinio di don Puglisi. L’ex boss di Brancaccio continua a dichiararsi estraneo a entrambe le vicende. Ma è soprattutto la seconda iniziativa, quella di divulgare all’opinione pubblica italiana la propria versione su quanto avvenne nel biennio stragista 1992-1993, a risultare singolare.
Graviano ha molta voglia di parlare, per questo ha chiesto di essere ascoltato dal gip di Caltanissetta, chiamato a decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata dai pm per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, indagato per concorso nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio (nell’inchiesta era indagato, per lo stesso reato, anche Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata archiviata dopo la sua morte). Il 14 settembre il gip deciderà se ascoltare Graviano. Anche se il responso sarà positivo, però, Graviano non avrà l’opportunità di parlare in pubblico, come avvenne nel 2020 durante il processo sulla “’ndrangheta stragista”, ma solo di essere ascoltato dai pm nel segreto delle indagini. Da qui l’idea senza precedenti di predisporre un documento – una memoria – da diffondere agli italiani, in cui riproporre il cocktail di insinuazioni e allusioni, senza alcuno straccio di prova (ma condito di nuovi dettagli strampalati), circa i rapporti intrattenuti in passato con Silvio Berlusconi.
Nel 2020, di fronte alla Corte di assise di Reggio Calabria, Graviano sostenne di aver incontrato tre volte Berlusconi tra il 1982 e il 1993, aggiungendo che all’imprenditore di Arcore erano finiti i soldi di suo nonno e di altri palermitani che negli anni 70 avevano investito nell’edilizia in nord Italia. Affermazioni non accompagnate da alcun riscontro probatorio. Anzi, già nel 2004 la procura di Palermo, nel corso del processo nei confronti di Dell’Utri, aveva escluso l’ipotesi di un ingresso di capitali esterni in Fininvest, sulla base di una consulenza affidata a un funzionario della Banca d’Italia. Non solo. Il 16 ottobre 2025 – come rivelammo sul Foglio provocando il panico tra gli antiberlusconiani di professione – la Cassazione ha smontato tutte le bufale sul “Berlusconi mafioso”, rendendo definitiva una sentenza della Corte d’appello di Palermo in cui si afferma che “non è risultata, a oggi, mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane”, né nella fase iniziale di fondazione del gruppo né nei decenni successivi. I giudici hanno inoltre stabilito che “è indimostrata e illogica” la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe versato somme di denaro a Dell’Utri per ottenere il suo “silenzio” sull’esistenza di indimostrati accordi con Cosa nostra.
Insomma, le “rivelazioni” fatte nel 2020 da Graviano sono fuffa. E non è un caso che il boss sia stato definito dai pm di Caltanissetta “totalmente inattendibile”. 
Questo anche perché egli “mai ha dimostrato una concreta volontà di collaborazione con la giustizia o, almeno, di dissociazione”.
Ora però, con un tempismo peraltro particolare (manca un anno alle elezioni politiche), Graviano vorrebbe riproporre la sua fuffa sul Berlusconi mafioso direttamente agli italiani. La detenzione al 41-bis non costituisce un ostacolo: Graviano può comunicare in forma scritta con il proprio avvocato e anche con i parlamentari. La diffusione del contenuto delle comunicazioni sarebbe poi consequenziale e scontata.
In attesa di realizzare questo piano, Graviano avrà la possibilità di riproporre alcune delle sue rivelazioni inattendibili il prossimo 21 settembre al tribunale di Firenze, dove è stato convocato come testimone al processo contro Salvatore Baiardo, accusato di favoreggiamento e calunnia aggravata ai danni del giornalista Massimo Giletti. Un processo trasformato dai pm fiorentini, attraverso un abile stratagemma, nell’ennesimo palcoscenico da cui gettare fango su Berlusconi e Dell’Utri.