l'intervista
“Chi critica Falcone oggi è l’erede di chi l’ha perseguitato in vita”, dice l’ex Guardasigilli Martelli
"Travaglio è un diffamatore professionale, Ranucci un montato. Per parlare così male di lui nel 2026 non si deve avere più niente da dire”. Colloquio con l'ex ministro che volle il pm in via Arenula

Nel 1991l'allora ministro della giustizia Claudio Martelli chiama a Roma Giovanni Falcone per dirigere il Dipartimento degli Affari Penali (foto ANSA)
“Travaglio è un diffamatore professionale, Ranucci un montato. Per parlare così male di Giovanni Falcone nel 2026 non si deve avere più niente da dire”. L’ex Guardasigilli Claudio Martelli si ricorda tutto di quando il magistrato arrivò a Roma. “L’ho chiamato dopo il giuramento da ministro della Giustizia per rendere legge l’esperienza del suo pool antimafia di Palermo. Ed è quello che abbiamo fatto”, racconta al Foglio. Era il 1991, Falcone era scampato già a un attentato, e aveva lasciato Palermo per accettare l’incarico di direttore degli Affari penali in via Arenula. “Quello a Roma è stato il suo periodo più felice. Chi lo critica oggi raccoglie l’eredità di chi già allora spargeva dubbi su di lui”.
“Giovanni Falcone ha cominciato a essere il bersaglio di colleghi magistrati e di politicanti molto prima di arrivare a Roma”, dice l’ex esponente del Partito socialista italiano, citando le parole che Paolo Borsellino pronunciò circa un mese dopo la strage di Capaci: “La magistratura, che forse ha più colpe di tutti, ha cominciato a far morire Falcone nel gennaio 1988. Quando il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la sua candidatura per la guida dell’ufficio istruzione di Palermo”. Cioè, all’epoca, la punta più avanzata del contrasto alla mafia. Colpa di quel malcontento che la strategia acuta e al tempo stesso semplice di Falcone, quella del seguire ‘i piccioli’, stava creando nella Sicilia dell’epoca. “L’allora procuratore di Palermo Giovanni Pizzillo diceva: ‘Falcone deve smetterla. Non può rovinare l’economia siciliana interferendo nelle attività economiche dei maggiori esponenti del mondo commerciale’”, ci ricorda l’ex ministro. “E ciò prova quanto fossero serie quelle indagini condotte da Falcone. Nel dicembre 1987 era diventato il magistrato più famoso al mondo, dopo aver ottenuto svariate condanne per Riina e Provenzano al Maxiprocesso”. Perchè allora negargli quel ruolo così importante a Palermo? “Perché in Sicilia la parte principale della magistratura, della polizia, dei carabinieri e della politica si erano ormai abituati a convivere con la mafia. Falcone e altri magistrati coraggiosi invece ci facevano le indagini sopra”.
L’atto con il quale il Csm gli ha negato il ruolo di capo dell’ufficio istituzione, dice, “è un atto persecutorio. Lui stesso se n’era accorto. Quello era un messaggio per la mafia: ‘Non mi vogliono neanche i miei’”. Martelli sottolinea più volte come da Palermo fino a Roma Falcone abbia subito solamente persecuzioni da parte dei colleghi. “Un po’ c’aveva fatto il callo, ma ne era anche disgustato. Aveva perso molta fiducia nei loro confronti”. L’elenco di critiche, accuse, suggestioni malvagie e sospetti innalzato ai danni di Falcone è enorme. Tanto dalla politica (le accuse del sindaco di Palermo Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi), tanto dall’Associazione nazionale magistrati, con lo sciopero del 3 dicembre 1991 organizzato contro l’allora capo dello stato Francesco Cossiga e contro l’istituzione della Procura nazionale antimafia, bollata dall’ex presidente dell’Anm Raffaele Bertoni come “un’altra cupola mafiosa di cui non si sente alcun bisogno”. “Quella è stata una frase infame – afferma Martelli –. L’Anm, che oggi si comporta come un partito e interferisce nelle vite dei magistrati, non ha mai chiesto scusa. E pensare che oggi diventare procuratore nazionale antimafia è visto come il coronamento della carriera di magistrato”. Decenni dopo la sua tragica morte, l’impalcatura ideata da Falcone ha contribuito a rafforzare e riorganizzare in modo più efficiente l’azione antimafia dello stato, arrivando a pagare il suo impegno il 23 maggio del 1992. “E’ stato il giorno più brutto della mia vita”, ricorda Martelli.
Oggi, trentaquattro anni dopo la strage, nemmeno la memoria di un martire riesce a scampare alla battuta intrisa di sospetti e al paragone funambolico. “Negli ultimi giorni di Falcone se n’è parlato molto a sproposito”, dice disgustato l’ex Guardasigilli. Al disappunto dei famigliari di Falcone e alla considerazione rilasciate al Foglio da ex magistrati come Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, secondo cui “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio ha replicato motteggiando che Falcone avrebbe fatto addirittura di peggio, visto che “lavorava solo con il governo Andreotti”. Il conduttore di Report, invece, ha ben pensato di paragonarsi al pm, oltre che ad altre vittime di mafia e del terrorismo brigatista come Piersanti Mattarella e Aldo Moro. “Marco Travaglio è un diffamatore professionale, un pluripregiudicato. Sigfrido Ranucci non lo conosco, ma mi sembra che si sia un po’ montato la testa. Non adesso, da tempo”, dice l’ex Guardasigilli, secondo cui chi arriva a tirare per la giacchetta oggi il magistrato, seminando ancora dubbi senza consistenza, non fa che seguire quella scia di vergognosi attacchi che arrivavano trent’anni fa. “Sono gli eredi e continuatori di quell’opera di delegittimazione che si vedeva quando lui era in vita. E poi diciamocela tutta: se si arriva a sparlare di Falcone nel 2026, evidentemente sono finiti gli argomenti a propria disposizione. Non si ha più granché da dire”.
