"Assassinio" al posto di "omicidio": la proposta woke del Pd (che però va in tilt)

I dem vogliono riscrivere il codice penale in nome del linguaggio inclusivo. Ma il risultato è una collezione di paradossi e perfino un clamoroso errore giuridico

23 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:03
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Elly Schlein (foto LaPresse)

Sostituire la parola “omicidio” con “assassinio” nel codice penale e obbligare la Pubblica amministrazione a concordare nelle sue comunicazioni i titoli accademici, professionali e istituzionali al sesso della persona: basta con “ministro”, “direttore”, “ingegnere” e “architetto”; via libera a “ministra”, “direttrice”, “ingegnera” e “architetta”. Sono alcune delle misure contenute nel disegno di legge depositato da alcune senatrici di punta del Pd (Valeria Valente, Anna Rossomando, Cecilia D’Elia e Simona Malpezzi), intitolato “Disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo”, illustrato nei giorni scorsi al Senato. Il testo propone di modificare i testi giuridici, gli atti amministrativi e i titoli funzionali “al fine di assicurare alle donne la piena cittadinanza ed eliminare dannosi stereotipi linguistici che ancora rendono le donne invisibili”. Un’opera monumentale, nell’ottica delle senatrici dem, ma che in realtà prende le forme di un’iniziativa sterile, utile solo a strizzare l’occhio al mondo femminista, e che finisce per generare innumerevoli paradossi.
Un primo modo per rendere le donne “visibili”, secondo il Pd, sarebbe quello di imporre alla Pubblica amministrazione di concordare i titoli istituzionali, professionali e accademici al femminile quando le comunicazioni riguardano le donne. Stop al maschile neutro (che, nella visione delle senatrici dem, neutro non è). Insomma, Giorgia Meloni non dovrebbe mai più ricevere una pec indirizzata a “il presidente del Consiglio”, ma per forza a “la presidente del Consiglio”. Bene: ma se la persona destinataria della comunicazione non dovesse sentirsi a suo agio col proprio sesso biologico e, anziché sentirsi chiamata “ingegnera”, pur essendo donna preferisse il neutro “ingegnere”? Dopo aver passato decenni a dare retta alle tendenze woke e a spiegarci che il linguaggio deve essere inclusivo e che il genere dipende dalle sensibilità di ognuno, la sinistra finisce proprio per violare queste sensibilità.
Lo fa anche quando propone di sostituire in tutte le leggi vigenti l’espressione “violenza di genere” con “violenza maschile contro le donne in tutti i casi di atti compiuti da un uomo in danno di una donna”. E se la persona che subisce violenza non si riconoscesse nel suo sesso biologico? Non era meglio mantenere la formula che fa riferimento al “genere”? Di nuovo l’ideologia woke va in tilt.
Quasi inutile soffermarsi sulla proposta di sostituire la parola “omicidio” nel codice penale con “assassinio”, perché “il termine omicidio deriva dal latino homicidium, composto da homo, uomo, e -cidium, uccisione, cioè ‘uccisione di un uomo’”. Come se dal 1930 in poi il codice penale non avesse permesso di perseguire l’uccisione delle donne.
In un altro passaggio della proposta, si propone di sostituire all’articolo 61 del codice penale (quello che elenca le circostanze aggravanti comuni) l’espressione “persona in stato di gravidanza” con “donna in stato di gravidanza”. Un’altra previsione che, paradossalmente, immaginiamo non sarà accolta molto bene dal mondo lgbtqia+: da anni si sostiene, in modo surreale, che bisogna evitare il riferimento esclusivo alle “donne” quando si parla di gravidanza o parto, in favore di espressioni come “persone incinte”, “persone in attesa” o addirittura “persone con utero”, e ora improvvisamente il Pd si schiera in favore della formula “donna in stato di gravidanza”? Il centrodestra, comprensibilmente, potrebbe dirsi d’accordo con la proposta.
Ma nel disegno di legge delle senatrici del Pd è presente anche un errore marchiano. Capita quando ci si concentra sulle minuzie (no a “il colpevole”, sì a “chi è colpevole”; no al “conducente”, sì a “chi conduce”; no a “l’autore del fatto”, sì a “chi commette il fatto”) e si perde di vista il quadro generale. L’errore è marchiano perché riguarda l’articolo 583-bis del codice penale, che punisce le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili. Il quinto comma attualmente recita: “Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia”. Il testo dei dem propone non soltanto di sostituire la parte finale con l’espressione “(in danno, ndr) di cittadina italiana o di straniera”, ma anche la prima parte con l’espressione “da cittadina italiana o da straniera”, non rendendosi conto che questa riguarda chi commette il reato. In altre parole, il Pd propone di punire le mutilazioni genitali femminili solo se a farlo sono donne nei confronti di altre donne! Un disastro.