Avevamo ragione: siamo tutti puttane

In America è a rischio la libertà di stampa, in Italia è in pericolo quella di diffamazione, arginata dalle prove della procura sul caso Minetti. Ma rimestare nella fanghiglia è un abuso del diritto di esprimersi liberamente

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Avevamo ragione. Siamo tutti puttane. Alcuni sono figli di puttana, con rispetto per la giornata della mamma, ma pazienza. La libertà di stampa è a rischio, negli Stati Uniti dove la brava Bari Weiss si riduce a megafono di Larry e David Ellison, i nuovi proprietari ipertrumpiani della gloriosa Cbs che uccide Sixty Minutes licenziando i dissidenti della linea generale. Ora, come dicono, una Fox Lite. In Italia è a rischio la libertà di diffamazione, che è cosa diversa dalla libertà di stampa, appena un po’. Magistrati milanesi da sempre osannati dalle gazzette giustizialiste affermano con durezza adamantina che le suddette gazzette hanno inventato una sequela di storie inveritiere su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani e il loro figlio adottivo, che una campagna, purtroppo avallata dalla timidezza degli uffici quirinalizi, si è riversata con quintali di fango e di feccia sulle tv e su altri mezzi di comunicazione, fino alla famosa frase televisiva (in un salottino Berlinguer) di un segugio da quattro soldi sull’informativa a proposito di Carlo Nordio in Uruguay nella villa dei festini (che non sono riscontrati affatto). La grazia era cosa legittima, se non buona e giusta.
Per un periodo di gloria che alla fine si consuma nel disdoro e nella vergogna, una buona fetta del giornalismo italiano, così diverso dallo stile Sixty Minutes, si è involtolato nella fanghiglia di una diffamazione bella e buona. E avevamo ragione nella diffidenza per la campagna sulla pedofilia della Chiesa e dei preti cattolici. La famosa inumazione dei bambini abusati in Canada era un’altra balla. Almeno in quel caso la stampa canadese che ha partecipato al sabba contro i preti ha chiesto scusa. Qui non succederà. E in mancanza di una Bari Weiss buona, equilibrata, politicamente corretta e un po’ Maga, nessuno sarà licenziato come il povero Scott Pelley. Meglio così. Ogni tanto gli accertamenti di procura servono a ristabilire un minimo di realismo della percezione. 
Non ci voleva molto a capire come stessero le cose, quanto fiele inutile e dannoso fosse stato sparso sulle colonne di un bugiardino dei bugiardini, quanta corrività nel riprendere la falsa notizia, le cronache esagerate e turbolente, le insinuazioni pelosissime, la vanitosa prosopopea con cui era condotta una orchestrazione calunniosa per lo sputtanamento alla memoria di Berlusconi, il grande autore della favola sulla nipote di Mubarak e il difensore delle sue numerose fidanzate attuali o potenziali, l’uomo che per fortuna sua e nostra ci mise tutti in mutande in un teatro milanese e lasciò nuda la persecuzione della polizia morale e dei suoi agenti del circo mediatico, quelli della furbizia levantina di Ruby Rubacuori, e per il ridimensionamento della popolarità di uno spaventato Mattarella. I giornali e le tv e le radio sono strumenti di vita culturale e di vitalità etica per un paese che ha riconquistato con la foga e la tenacia festeggiate il 2 giugno il diritto di esprimersi liberamente. L’abuso di questo diritto è una sentenza amara a carico di chi ne è vittima per pregiudizio belluino, per ferocia contacopie, per insipienza professionale. Una fortuna paradossale che i mestatori del nulla possano continuare a far male alla libertà di stampa, per essere spesso regolarmente smentiti, questo la rafforza, ne fa una cosa preziosa, irrinunciabile, da distinguere con discernimento dalla libertà di ingiuriare e diffamare calunniando.