impazzire per Garlasco
Perché ci interessa così tanto il delitto di Garlasco
Non è solo morbosità. Siamo Alberto Stasi, siamo Andrea Sempio, abbiamo conosciuto, magari amato, tante ragazze come Chiara Poggi. E il mondo in piccolo di Garlasco è il teatro cosmico della ricerca del vero e del bene, in cui sprofondiamo per provare a comprendere noi stessi

Foto LaPresse
Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’Ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’Imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’Imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facilmente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’Imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.
“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che Hiuan Kiai aveva colto, ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco.
Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”.
Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui Garlasco ci interessa così tanto e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi in contrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene.
In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi.
In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.
Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi.
Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa – e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.
Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.
Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.
C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente, in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.
E ciò che gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non solo la semplice raccolta di alcuni frammenti della vita di un ragazzo di Garlasco; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nel silenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che si traduce in vendetta. Da questo punto di vista, estremizzando, Putin invade l’Ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’Impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso stato del pianeta, per cercare di intercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’America in cui Trump trionfa è l’America descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunate almeno quanto loro – immigrati, esclusi, diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concetti di capro espiatorio, di sacrificio, di risentimento e di invidia e averli, anche lui, miniaturizzati nella forma della macchina algoritmica che ci governa e ci controlla, è finalmente riuscito a realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’Anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligate a ascoltarlo perché il suo potere, come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’Illuminismo oscuro Nick Land, un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male di Dungeons & Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.
Prima di raggiungere il Mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suo mondo in piccolo. Il suo desiderio era il ritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina.
Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece in nome dello stato di diritto: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa).
Garlasco ci interessa perché a noi umani – ed ecco l’antropologia bianca – dopotutto piace molto la verità e piace molto il bene. Non c’è alcun segreto al di là di questo segreto, se non la fatica e i pericoli che l’impresa comporta.
“Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo? Un racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio
Il mondo in piccolo di Garlasco è il teatro cosmico della ricerca del vero e del bene. E’ la volontà di affrontare il dolore e lo spaventoso che pervadono quell’elemento familiare, e perciò perturbante, che riconosciamo come nostro. La spinta che interroga una moltitudine di persone, “Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?
La verità è il Graal in nome del quale i cavalieri partono all’avventura, è l’obiettivo per cui gli eroi si sottopongono a fatiche mortali, rischiando di smarrirsi sull’incerto confine che separa l’epico dal picaresco: e allora ecco comparire, in questa ricerca collettiva, un paesaggio che non dovrebbe sorprenderci e ancor meno indignarci: una calca tipo Bruegel, polifonica, spesso disordinata, confusa, scoreggiona, stravagante, folle, ingenua, liberamente indisciplinata e quasi sempre generosa, che ci accompagna.
La verità è un dramma. E’ il dramma del diritto che non può fare altro – guardando dentro l’abisso nichilista che lo abita (e che ha studiato bene un grande giurista come Natalino Irti) – che ribadire, con lo scetticismo proprio di chi ha conquistato la saggezza a fronte di tanta amarezza, la differenza tra la verità processuale e la verità fattuale: la verità della legge non può mai essere la verità totale delle cose che cerchiamo, perché la legge, attraverso i suoi codici e il gioco linguistico che le è proprio, può soltanto stabilire la verità che di volta in volta decide che le appartiene come suo regno parziale, ma sovrano e autonomo, all’interno della variegata esperienza umana.
La sentenza passata in giudicato che condanna Alberto Stasi è la verità processuale; e potrebbe non corrispondere alla verità in senso assoluto che ciascuno di noi sacrosantamente brama; solo attraversando questo passaggio necessario, ma anche ontologicamente arbitrario (perché ogni diritto è il frutto di contrattazioni che risentono del tempo e dei valori che informano di volta in volta le società umane), la verità delle cose può trovare uno spazio di dialettica legittimità.
Come la tartaruga di Zenone che non potrà mai essere raggiunta dal velocissimo Achille perché l’eroe non riuscirà mai a colmare il vantaggio iniziale che le ha concesso, la verità è sempre un passo oltre la nostra ricerca della verità.
Continuando a stare sul granello di polvere di Garlasco, questo riassunto del mondo in cui sprofondiamo per provare a comprendere noi stessi, ci accorgiamo che la verità assomiglia quindi a una lotta, a una gara, e non solo, come siamo abituati a ritenere, al semplice rispecchiamento di qualcosa. Ecco perché tutti noi, nel tentativo di rispondere alla domanda su chi ha ucciso Chiara Poggi, sentiamo il peso e l’indicibilità di questa situazione particolare che coincide con la nostra condizione umana. Lo scontro, per esempio, tra perizie scientifiche che si contraddicono tra di loro nel provare a stabilire la semplice attribuibilità di un’impronta sulla scena del crimine, ribadisce a ogni istante il concetto: l’aspetto polemico e persuasivo che soggiace a ogni tentativo di descrivere il reale è una delle fatiche più difficili da affrontare una volta che si è partiti alla ricerca del vero.
La contrapposizione tra verità in lotta tra di loro in nome della verità ci insegna anche che la pretesa di verità si trasforma spesso in un affare da sofisti, da retori, da imbroglioni che più esibiscono e innalzano la verità nei loro discorsi più sembrano disprezzarla. E’ pericolosissimo indugiare troppo a lungo su questo inganno che già Socrate segnalava: persino una banda di briganti, afferma nella Repubblica di Platone, ha bisogno di una sua verità e di una sua idea di giusto.
Si arriva così al paradosso: tutti coloro che, su Garlasco, criticano il circo mediatico lo fanno con le parole del circo mediatico all’interno del circo mediatico perché appartengono o finiscono con l’appartenere al circo mediatico stesso.
I nemici in lotta tra di loro si scoprono così molto più affratellati di due amici che godono l’uno della compagnia dell’altro. Lo sono perché gli opposti si rinforzano e si strutturano in nome della contrapposizione che li lega. “Ti combatto perché c’è qualcosa in te che riconosco in me e che mi unisce a te”, ripete il vero al falso, il bene al male, il bianco al nero, il servo al padrone.
Questa confusione, questo garbuglio, è la forma che sta assumendo il caso Garlasco e che ancora riassume, nel riverbero degli specchi che questo microcosmo miniaturizza, l’aspetto grottesco che è la cifra di ogni discesa agli inferi.
Quando Freud visitò le miniere di Skocjan, nella Slovenia meridionale, una volta giunto nella profondità della terra, consapevole che la discesa nelle grotte era da sempre una metafora della discesa negli inferi dell’inconscio, improvvisamente trasalì quando incontrò la verità che si aspettava sotto la forma burlesca del sindaco di Vienna, il dottor Karl Lüger, anche lui lì in visita, noto demagogo di destra, cristiano populista che, nel suo cognome, ulteriore scherzo grottesco dell’inconscio, portava il segno della parola Lüge, che in tedesco significa menzogna.
Garlasco ci interessa perché rappresenta la discesa profonda in noi stessi alla ricerca di una verità e di un bene che, prima di essere incontrati, assumono le sembianze di un’Idra spaventosa, menzognera e grottesca da sconfiggere. E più ci inoltriamo nel piccolo mondo di Garlasco, più veniamo a contatto con questo elemento allucinatorio e surreale: ascoltiamo le intercettazioni in cui un importante avvocato del luogo, per difendere la fragilità della propria famiglia esposta al circo mediatico applicando la strategia di telefonare a alcuni dirigenti del circo mediatico stesso, si lamenta con la moglie di una cotoletta che gli è andata di traverso; vediamo programmi televisivi che hanno il pavimento dello studio trasformato in uno schermo che trasmette le fotografie della casa di Chiara Poggi ricoperta di macchie di sangue che il conduttore e gli ospiti calpestano senza darsi troppi pensieri; conosciamo l’ex avvocato dell’attuale indagato ribadire, prima di essere inseguito dalle televisioni in Albania per una dentiera ottenuta grazie alla sponsorizzazione di uno studio dentistico di Tirana, di essere un personaggio d’invenzione di nome Jerry la Rana; vediamo criminologhe prendere quasi a calci la porta che conduce alla scala della cantina dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi per dimostrare non si è ancora capito bene che cosa; ascoltiamo ex generali in televisione che per il nervoso, in una specie di estasi pentecostale, si mettono a parlare in inglese con degli interlocutori italiani; e si potrebbe andare avanti ancora a lungo, in questo racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio.
Il mondo in piccolo di Hiuan Kiai, a questo punto del nostro parallelo sprofondare nella vicenda di Garlasco, assomiglia a una fuga musicale. Ogni contrappunto si avviluppa in un altro contrappunto, e ogni contrappunto è a sua volta composto da frasi che vengono rielaborate, ripetute, trasformate e sovrapposte secondo diversi modelli strutturati di mise en abyme. Il risultato è un pasticcio sonoro simile al gorgonzola, sublime e disgustoso insieme, proprio come menzogna e sortilegio sono gli approdi, fino a ora, di questa vicenda dolorosa.
In quella che è forse l’ultima grande fuga composta nella storia della musica, e cioè il finale del Falstaff di Giuseppe Verdi, i cantanti ripetono “Tutto nel mondo è burla” e portano questa sublime consapevolezza filosofica, girandola e rigirandola nei modi previsti da quella aberrazione musicale, in ogni meandro sonoro. “Tutto nel mondo è burla”.
“Tutto”, appunto; con questo “Tutto” che contiene ogni cosa e che è simile al recinto delle porte d’oro e d’argento della scultura di legno che cingeva le Tre Montagne del Mare dentro cui Hiuan Kiai, per somma burla, riuscì a entrare.
Quando si precipita così tanto in noi stessi, la scoperta che tutto è burla, e cioè che persino il dramma che attraversiamo ne è una sua provincia, è un fatto che più che sconcertarci dovrebbe aprirci a una forma di liberazione possibile.
E’ la consapevolezza che la nostra ricerca della verità, finché non si accompagna a un’idea di bene, non riuscirà a emanciparsi dal suo aspetto grottesco, allucinatorio e burlesco. La verità che noi bramiamo, in nome di quel vero e di quel bene che ci agita come umani, procede, fuga contro fuga, in contrappunto con le verità che pensiamo di riuscire ad accertare, per esempio, in chiave processuale e di diritto.
Il dubbio e l’incertezza che ci accompagnano in ogni passo non sono in nessun modo eliminabili. La regola magnifica secondo cui si può condannare soltanto “al di là di ogni ragionevole dubbio” trova già, nell’aggettivo “ragionevole”, la delicata e tremolante smentita del suo assunto. Procediamo per approssimazioni, tentativi, e ogni grande verità è tale solo se sappiamo che potrà essere, prima o poi, “ragionevolmente” falsificata.
La risposta alla domanda “Chi ha ucciso Chiara Poggi?” non sarà mai colmata definitivamente da alcuna indagine perché non è sufficiente conoscere il nome del suo assassino per dare giustizia al dolore di una persona detenuta da più di dieci anni, di un indagato a cui, giorno dopo giorno, si piegano sempre più le spalle, di tre famiglie chiuse in tre capannelli diversi al cui centro, a naso in giù, si continua a contemplare una fossa.
Il resto assomiglia alla muta delle formiche che corre a ricoprire il cadavere e che, nel mentre il corpo si decompone, prova a ripararne qualche brandello nel magazzino del termitaio.
Allo stesso modo, la pena di chi ha ucciso Chiara Poggi, la giustizia che così dovrebbe trionfare alla fine dei suoi accertamenti processuali, non potrà mai essere la prigione che lo attende. La pena è l’atto stesso del delitto. Chi uccide, per il fatto che uccide, per la circostanza insondabile della vita che lo ha reso omicida – e che ha portato quell’essere vivente che fu come noi bambino, e che sorrise e che si spaventò come ogni bambino, e che si scioglieva per un abbraccio, o che si sentiva avvampare di felicità in un gioco di pallone con un amico fino a quel momento sconosciuto, o che si riconosceva negli occhi di un gatto – trova già la sua assurda galera nel destino che, dopo tutto questo vivere, lo ha fatto assassino.
Nascere per poi, chissà perché, uccidere è la tragedia degli antichi. Ed è forse anche questo il senso dell’impresa taoista di Hiuan Kiai: si è disposti a attraversare le immagini di dolore, le maschere burlesche e grottesche, bugiarde e seducenti, di ogni universo, perché ci è insopportabile che ogni atomo di quella realtà, quel poro della pelle della totalità “dove sono raccolti novantamila immortali”, debba sopportare da solo il peso gigantesco della sofferenza senza che noi ne diventiamo testimoni e partecipi, come già sapeva il pubblico nel teatro dionisiaco greco.
In questo viaggio al termine della notte, di cui Garlasco è uno degli infiniti capitoli dell’avventura umana, la verità che abbiamo iniziato a cercare nella vertigine degli specchi che si moltiplicano, e che pensavamo di poter in un certo momento afferrare e agitare per riparare un danno che ci sembrava irrimediabile, è l’aurora che annuncia una verità che sia anche compassionevole: una verità che, se non è amica del bene, non è verità.
