Gli scandali sugli accessi abusivi sono figli della cultura dello sputtanamento

Assenza di controlli nell’esercito, ricorso massiccio alle intercettazioni da parte dei magistrati, pubblicazione sui quotidiani di notizie segrete e penalmente irrilevanti. La privacy è ormai un optional. Dietro i casi Striano, Equalize e “squadra Fiore” c'è un problema di sistema

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24 APR 26
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Sarebbe superficiale ridurre i casi Striano, Equalize, “squadra Fiore” e i tanti altri episodi di accessi abusivi a una mera questione di infedeltà da parte di militari o agenti dei servizi. Analizzati da una prospettiva più ampia, infatti, questi casi (in attesa dei dovuti accertamenti giudiziari) mostrano di avere un elemento in comune: sono figli della cultura dello sputtanamento che da oltre trent’anni domina il paese. L’esistenza di banche dati centralizzate consente alla polizia giudiziaria e agli organi di intelligence di avere a disposizione in tempo reale tutte le informazioni per condurre le attività di indagine e di tutela della sicurezza pubblica. Il problema è che alla creazione di questo positivo sistema di raccolta dati si è accompagnato un totale menefreghismo rispetto al tema della tutela della riservatezza dei cittadini. Un approccio visibile nell’assenza di controlli sugli accessi alle banche dati nei vari corpi dell’esercito, nel ricorso ormai dei magistrati alle intercettazioni come strumento quasi esclusivo di indagine, nella commistione tra procure e organi di informazione e nella conseguente prassi (impunita) della pubblicazione di notizie coperte da segreto, spesso penalmente irrilevanti, nella passività della politica attorno al tema della tutela dei dati personali, nell’assuefazione dell’opinione pubblica rispetto a clamorose violazioni delle sfere individuali altrui. 
Il tema dell’assenza di controlli effettivi sugli accessi alle banche dati (come lo Sdi, il Sistema di indagine del ministero dell’Interno) è stato evidenziato su queste pagine già all’epoca dello scandalo degli accessi abusivi effettuati alla Procura nazionale antimafia. In ogni reparto delle Forze armate è prevista la figura di un ufficiale responsabile della verifica del corretto uso delle banche dati da parte dei militari. Gli obblighi di controllo, però, non risultano affatto rispettati. Basti pensare che già nel novembre 2017, il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, in particolare l’ufficio Operazioni del secondo reparto, cioè il centro di coordinamento e informazione verso le autorità centrali, adottò una circolare – visionata dal Foglio – in cui si segnalava il limitato svolgimento dei controlli sugli accessi allo Sdi e si richiamavano i responsabili a ottemperare ai loro obblighi.
Nel dettaglio, si sottolineava lo svolgimento di controlli soltanto “da parte del 45 per cento degli ufficiali responsabili”. “I capi ufficio e i comandanti di reparto individuati quali ufficiali responsabili Sdi hanno l’obbligo di verificare la legittimità degli accessi operati dai militari dipendenti alla Banca Dati Interforze – ricordava la circolare – avvalendosi degli strumenti apprestati nel tempo dal Servizio per il sistema informativo interforze per lo svolgimento di puntuali controlli, adottando i provvedimenti di sospensione/revoca delle credenziali nei casi previsti”.
A fronte di ciò, nella circolare si evidenziava “il numero significativo di militari indagati per violazione delle prescrizioni normative in materia di accesso abusivo e utilizzo improprio di informazioni”. Di conseguenza, si ribadiva “la necessità che gli ufficiali responsabili Sdi svolgano le verifiche con assiduità e celerità”. Da quella circolare sono trascorsi quasi nove anni e di certo gli scandali emersi dal caso Striano in poi hanno messo in luce come quelle prescrizioni non siano state affatto rispettate.
Ma dietro il proliferare degli scandali incentrati su accessi abusivi alle banche dati (l’ultimo, quello riguardante la “squadra Fiore”, appare una slavina pronta a venire giù) non si cela soltanto l’assenza di controlli interni alle Forze armate. E’ più in generale il tema della tutela della riservatezza dei cittadini a essere stato completamente rimosso. Anche dalla magistratura. L’intercettazione (ambientale, telefonica o addirittura tramite l’inoculazione di trojan negli smartphone), cioè lo strumento più invasivo della privacy delle persone, è diventata il mezzo principale di indagine adottato dai pubblici ministeri, che sembrano aver dimenticato invece i mezzi tradizionali di svolgimento delle inchieste. Martedì sul Foglio abbiamo raccontato l’incredibile storia dell’imprenditore Giulio Muttoni, intercettato addirittura 38 mila volte dalla procura di Torino nell’arco di sei anni. Numeri impressionanti, che rappresentano il segnale più evidente di un’involuzione di pensiero sul tema della riservatezza dei cittadini anche all’interno della magistratura. D’altronde, l’ultima Relazione sull’amministrazione della giustizia segnala un aumento del numero di intercettazioni (passate da 82.494 nel 2022 a 90.883 nel 2024).
C’è poi il capitolo che riguarda gli organi di informazione. Alcuni giornalisti del “Domani” sono indagati per concorso in accesso abusivo a sistemi informatici e rivelazione di segreto nell’indagine sugli accessi alle banche dati della procura nazionale antimafia. Ma non è un “segreto” – ci si perdonerà il gioco di parole – che spesso i cronisti per portare avanti le loro inchieste fanno affidamento su informazioni riservate procurate da ufficiali infedeli. Ma anche questo fenomeno va esaminato da una prospettiva più ampia, che vede da decenni gran parte dei quotidiani alimentare continue gogne mediatico-giudiziarie fondate su notizie di indagini spesso coperte da segreto e anche completamente irrilevanti sul piano penale (anche su questo si è avuto l’ennesimo esempio negli ultimi giorni con la pubblicazione dei nomi dei calciatori citati, in modo indebito, nei verbali dell’inchiesta milanese sulle “escort di lusso”). Fughe di notizie mai oggetto di indagine dalla stessa magistratura.
C’è infine la politica, che non sembra essere affatto sensibile alla tutela della riservatezza dei cittadini. Basti pensare alla riforma sul sequestro delle chat contenute negli smartphone (oggi possibile senza alcuna autorizzazione del giudice), ferma da due anni in Parlamento. L’unica legge che regna sovrana è quella dello sputtanamento.