•
Su Almasri Bartolozzi aspetterà la Corte Costituzionale. E intanto rimette la toga
La Camera ha sollevato un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta nei confronti della procura di Roma per il ruolo avuto dall'ex capo di gabinetto di Nordio nel caso del generale libico. Ora il procedimento penale è sospeso in attesa del pronunciamento. Lei nel frattempo chiede il rientro in magistratura
di
14 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:32 PM

Lex capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi. Foto Ansa
La maggioranza va in soccorso di Bartolozzi. Con il voto di oggi la Camera ha sollevato un conflitto di attribuzione tra poteri dello stato di fronte alla Corte Costituzionale nei confronti della procura di Roma per il ruolo avuto da Giusi Bartolozzi, l'ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Nordio, nella vicenda del rimpatrio del generale libico accusato di torture e stupri dalla Corte penale internazionale, arrestato in Italia l'anno scorso e poi rimpatriato con un aereo dei servizi. Bartolozzi, ricordiamo, era stata l'unica protagonista del caso Almasri a essere esclusa dalla procedura di autorizzazione a procedere che ha coinvolto il Guardasigilli, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Ma questo non è l'unico fatto, ce n'è anche un altro: dopo le dimissioni da capo di gabinetto, avvenute all'indomani della sconfitta al referendum sulla giustizia, la "zarina" di via Arenula aveva chiesto di rientrare in magistratura, o come lei stessa l'ha definita a ridosso del voto durante un dibattito in una tv locale siciliana, "plotone d'esecuzione". E ieri la Terza Commissione del Csm ha deliberato il suo ricollocamento in ruolo, su sua domanda, nella stessa posizione presso la Corte di appello di Roma che ricopriva precedentemente. Infatti, prima di essere eletta nel 2018 alla Camera con Forza Italia, partito che ha poi lasciato, Bartolozzi è stata giudice civile a Gela, a Palermo e poi alla corte d’appello di Roma. La delibera sul ricollocamento, in pianta organica flessibile, sarà portata in plenum con tutta probabilità nella seduta del prossimo il 22 aprile per il passaggio finale.
Per quanto riguarda il caso Almarsi, l'ipotesi di reato a carico di Bartolozzi è false informazioni rese al Tribunale dei ministri. E' stato lo stesso Tribunale a definire come “inattendibile e mendace” la versione fornita ai giudici dalla capo di gabinetto, soprattutto attorno alla questione della mancata sottoposizione a Nordio della bozza di provvedimento che avrebbe consentito di evitare la scarcerazione e poi il rimpatrio del generale libico. Si tratta di un reato autonomo rispetto a quelli contestati a vario titolo agli esponenti del governo, cioè favoreggiamento, peculato e omissione di atti d’ufficio. Ciò ha indotto il Tribunale dei ministri ad avanzare richiesta di autorizzazione a procedere al Parlamento solo nei confronti degli esponenti governativi, ma non verso Bartolozzi. Una linea criticata dalla maggioranza, la cui convinzione è che il Tribunale avrebbe dovuto includere l'ex capo di gabinetto, come avvenuto in passato in occasione di altre vicende che hanno coinvolto, oltre a ministri, anche figure non governative. E quindi dopo aver chiesto chiarimenti a procura e Tribunale dei ministri, procedura contestata dalle opposizioni, ecco che la maggioranza ha sollevato, tramite la presidenza della Camera, un conflitto di attribuzione tra poteri dello stato di fronte alla Corte costituzionale, sostenendo che il Tribunale dei ministri avrebbe dovuto includere anche Bartolozzi nella procedura. Ora quindi la parola spetterà alla Consulta.
Il voto di oggi è soltanto l'ultimo degli episodi in cui Bartolozzi è stata protagonista. Su questo giornale abbiamo raccontato di come fin dal suo insediamento, l'ex capo di gabinetto aveva accentrato nelle sue mani tutte le decisioni più importanti che competono al ministero scavalcando in maniera sistematica i vari capi dipartimento e gli uffici di diretta collaborazione del ministro Nordio. Per le sue ingerenze, c'è stata una fuga senza precedenti da via Arenula, tra cui l’originario capo di gabinetto di Nordio Alberto Rizzo, la direttrice dell’ispettorato generale Maria Rosaria Covelli, e il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Russo. Inoltre, è a lei che il governo ha imputato le maggiori responsabilità per la sconfitta al referendum sulla giustizia proprio perché era stata la zarina a elaborare la campagna elettorale sul piano della comunicazione, basandola sull’opposizione frontale alle toghe, ovvero i suoi futuri colleghi.