lo spoglio

Giustizia: i referendum meno votati di sempre. Ecco i dati del Viminale

Ermes Antonucci

La consultazione referendaria è una sconfitta epica per la Lega. Salvini non si mostra e ringrazia gli elettori in un tweet, Calderoli grida al complotto. Ma la resa dei conti nel partito è nell’aria

Passeranno alla storia come i referendum meno votati di sempre. La consultazione referendaria sulla giustizia, promossa dalla Lega con il Partito radicale, si è rivelata infatti un flop. Anche se i dati non sono ancora definitivi, risulta ormai chiaro che a recarsi alle urne è stato il 21 per cento circa dell’elettorato (per risultare valida, la consultazione avrebbe dovuto raggiungere la soglia minima del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto). Un dato inferiore persino al 23 per cento di affluenza registrato in occasione del referendum del 2009 riguardante l’assegnazione del premio di maggioranza e l’impossibilità per una stessa persona di candidarsi in più circoscrizioni, il referendum meno partecipato della storia italiana, almeno fino a oggi.

 

Un fallimento epico per la Lega e soprattutto per Matteo Salvini, che sulla consultazione referendaria aveva deciso di metterci la faccia (soprattutto un anno fa, cioè nella fase della raccolta firme, quando c’era da cavalcare l’onda populista anti-magistrati). L’unica buona notizia, se così si può definire, per il leader della Lega appare essere la prevalenza del “sì” nei vari quesiti referendari, inclusi i primi due (seppur di poco), per i quali diversi esperti e partiti (in primis Fratelli d’Italia) avevano espressi la loro contrarietà.

 

A spoglio non ancora ultimato, i risultati dei singoli quesiti (lo ripetiamo, tutti nulli) risultano i seguenti: quesito 1 (abolizione legge Severino): sì 55,07 per cento, no 44,93 per cento; quesito 2 (limitazione misure cautelari): sì 57,38 per cento, no 42,62 per cento; quesito 3 (separazione delle funzioni dei magistrati): sì 76,01 per cento, no 23,99 per cento; quesito 4 (valutazione professionale dei magistrati): sì 74,17 per cento, no 25,83 per cento; quesito 5 (elezioni componenti togati Csm): sì 74,79 per cento, no 25,21 per cento.

 

Il flop, comunque, per Salvini resta clamoroso, anzi storico. Se il leader della Lega non si è mostrato, affidandosi al solito tweet (“Grazie ai 10 milioni di italiani che hanno scelto di votare per cambiare la Giustizia. È nostro dovere continuare a far sentire la loro voce!”), a palesarsi nella sede di via Bellerio è stato il senatore Roberto Calderoli, uno dei pochi rappresentanti leghisti a esporsi (solo negli ultimi giorni) per convincere gli italiani a votare i referendum.

 

Abbiamo perso, è inutile nasconderlo. Non ci sono storie. I numeri dimostrano che 10 milioni hanno partecipato, gli altri non hanno inteso farlo”, ha dichiarato Calderoli, per poi attaccare: “Secondo me c’è stato un complotto che ha agito con singoli soggetti, magari non in forma associativa, affinché questo quorum non potesse essere raggiunto”. Parole durissime da parte di chi ricopre l’incarico di vicepresidente del Senato, soprattutto se si considerano i principali destinatari delle sue critiche: la Corte costituzionale, “che ha negato l’ammissione rispetto alla responsabilità diretta dei magistrati, quello che più aveva gradimento da parte del cittadino”, lo stesso governo, che “a maggio aveva spinto affinché si approvasse la riforma Cartabia facendo venir meno tre dei quesiti referendari”, per finire con gli organi di informazione (contro di cui già Salvini aveva lanciato i suoi strali).

 

Insomma, la linea di Salvini e dei suoi fedelissimi di fronte a un fallimento che passerà alla storia è chiara: complotto. Stavolta però questa linea, in attesa dei risultati del primo turno delle amministrative, potrebbe costringere Salvini a dover affrontare una resa dei conti all’interno della Lega.