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Processi: così non va. Il capo dell'Anm ci spiega perché la riforma Cartabia è pericolosa

Giuseppe Santalucia

Per ridurre davvero i tempi della giustizia, sarebbe necessaria una sostanziosa modifica della sua disciplina. Porre un limite temporale ai processi, invece, mette a rischio i diritti dei cittadini. E l'intero lavoro giudiziario

Al direttore - Le critiche dell’Associazione magistrati alle proposte del governo sulla riforma del processo penale, in particolare sulla cd. prescrizione processuale, non sono frutto di chiusure corporative né tentativo di difendere chi sa quali posizioni di vantaggio. Sono piuttosto il modo più leale e collaborativo con cui la Magistratura associata, responsabilmente e con lo sguardo rivolto ai diritti dei cittadini, intende contribuire ad una riforma che sia effettivamente migliorativa e di beneficio per la comunità. La proposta governativa di mettere un limite temporale ai processi di appello e di cassazione patisce un difetto di fondo. Determina il limite in astratto e senza la ragionevolezza che muove dalla considerazione della realtà, delle condizioni dei carichi di lavoro delle Corti di appello e della stessa Corte di cassazione.

 

Per questa ragione, semplice e di immediata evidenza, pone in pericolo non prerogative dei magistrati ma diritti dei cittadini. Il timore è che, divenuta legge, potrà vanificare il lavoro e i sacrifici degli investigatori, della polizia giudiziaria, gli sforzi compiuti nel ricercare i colpevoli e assicurarli alla Giustizia. Basterà che la Corte di appello non arrivi a pronunciarsi nei due anni dall’impugnazione del condannato in primo grado perché tutto il lavoro giudiziario venga azzerato. Il timore è che, divenuta legge, non proteggerà i diritti delle vittime che dalla giustizia pretendono una risposta di verità e che non potranno accettare che le loro istanze di tutela restino insoddisfatte sol perché la corsa contro il tempo dei loro processi non sarà particolarmente veloce. Se mai la Corte di cassazione non dovesse riuscire a trattare nel termine stretto di un anno il ricorso di un imputato, magari condannato sia in primo che in secondo grado, le due sentenze di condanna andranno in fumo e con esse le attese di giustizia di vittime e parti civili.

 

Sarebbe stato necessario, volendo ridurre i tempi del giudizio di appello e del giudizio di cassazione, mettere mano a una sostanziosa modifica della loro disciplina. La scansione dei tempi del processo, del resto, è stata pensata non per soffocare i processi ma per dar loro fiato di svolgersi al riparo dalle conseguenze di una prescrizione del reato che più volte li ha strozzati. E invece, nulla si prevede per il giudizio di appello: sono state addirittura ignorate le indicazioni della Commissione ministeriale che aveva proposto una radicale riforma di questo strumento di controllo della sentenza dei giudici di primo grado. E assai poco si innova del giudizio di cassazione. Si pretende però che da domani, quasi per magia, i giudizi di appello e di cassazione siano assai più rapidi. Insomma, si chiede alla macchina della giustizia di essere più veloce, ma si rinuncia a potenziarne il motore.

 

A chi afferma che la Magistratura non avrebbe un atteggiamento propositivo, si può rispondere che la Magistratura da tempo e inutilmente invoca una robusta depenalizzazione, una seria dotazione di mezzi e strutture, una modernizzazione di procedure desuete, un forte investimento sulle nuove tecnologie, l’eliminazione di alcune garanzie, tipiche di modelli processuali abbandonati, che oggi pesano irragionevolmente nei e sui processi – il pensiero corre al divieto della reformatio in peius –. Ma, ancor più, si può obiettare che devono sorprendere non le critiche ragionate dei magistrati e non solo, quanto scelte di riforma che, invece di provare a modificare la realtà, a rimediare alle disfunzioni organizzative e alle lungaggini dei giudizi di impugnazione, prescindono dalla realtà stessa. Il dissenso su questa parte della riforma, capace di marginalizzare altre parti che pure contengono spunti di interesse, è tutt’altro che una miope ed egoistica chiusura al nuovo, quanto un allarme ragionato e consapevole, lanciato non per ostacolare ma per irrobustire un progetto di necessario cambiamento dello status quo.

 

L’auspicio è che l’allarme venga raccolto e che il legislatore possa ascoltare anche la voce del Csm, che potrà dare un utile contributo spiegando quale sarà l’impatto sull’organizzazione giudiziaria e quindi sul servizio che l’amministrazione della giustizia rende ai cittadini. Se invece verrà ignorato o sottovalutato, l’assunzione di responsabilità della Politica sarà chiara e netta. I magistrati applicheranno con rigore e come sempre la legge che sarà. Non mancheranno però al dovere di denunciare, con lo stesso spirito costruttivo con cui oggi apportano critiche argomentate, i guasti che si produrranno.

 

Giuseppe Santalucia
Presidente Associazione nazionale magistrati

 

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