Il Vigorelli è vivo, viva il Vigo

Giovanni Battistuzzi

Il Vigorelli era magia. Due curve che puntavano il cielo, due parabole che sembravano rampe, che salivano e dalla corda interna sembravano montagne. E sopra gli indiani. La gente sugli spalti che faceva cucù dove la pista finiva. A sedere ci stavano in circa 8mila, ma ci si entrava anche in più di 10mila quando ne valeva la pena. E ne valeva la pena spesso. Una volta anche in 18mila: c’era la sfida tra Fausto Coppi e Guido Messina. La cifra la diedero gli organizzatori, la questura non diramò alcun dato. Perché al Vigo ci arrivava il meglio. Ci entrava il Giro d’Italia e quello di Lombardia, il Trofeo Baracchi e il record dell’Ora: quello di Giuseppe Olmo il primo, 1935, quello di Roger Riviére l’ultimo, 1953. Soprattutto quello di Coppi nel 1942: il più incredibile, realizzato in tempo di guerra, il più longevo, imbattuto per 14 anni.

 

Il Vigo era musica: quella del pubblico, quella delle ruote in seta sulle listelle di pino svedese, che diventavano cassa di risonanza di velocità. Poi arrivarono, tra gli altri, Beatles e Led Zeppelin, Ramones e Dire Straits. Quando però a Milano sparirono le bici, tutti lo dimenticarono. E il Vigo divenne silenzio e abbandono.

 

Ci è voluto l’impegno di ciclisti, cittadini, gente di buona volontà – il Comitato Velodromo Vigorelli – per farlo rinascere, sistemarlo, evitare che venisse abbattuto. Ce l’hanno fatta. Il Vigorelli è tornato, è rinato. Il 10 e l’11 settembre ospita i campionati italiani su pista.

 

[Questo articolo è tratto dal Foglio Sportivo dell'8 e 9 settembre. Qui potete leggere l'intero numero

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