Antonio Di Ciaccia, passione lacaniana

Davide D'Alessandro

Su Jacques Lacan, sul personaggio, sul suo modo di fare analisi, sulla sua psicoanalisi, sulla sua potenza e indecifrabilità teorica è stato detto e scritto (quasi) tutto e il contrario di (quasi) tutto. Esistono scuole, allievi, riviste, materiali quotidiani che ne esaltano il verbo. Esistono, ovviamente, anche i suoi libri o, meglio, i seminari pubblicati da Einaudi e Astrolabio e tradotti da Antonio Di Ciaccia, che si è formato tra Belgio e Francia, che è stato allievo e analizzante dello psicoanalista francese. Di Ciaccia non è un prete mancato, nel senso che lui il prete l’ha fatto (o lo è stato), ordinato nel lontano 1969. Entrato rapidamente in crisi (si trovava a Lovanio, dopo la Tesi di laurea, per approfondire gli studi), ha iniziato un percorso analitico ma, evidentemente non soddisfatto, nel 1972 ha incontrato Lacan, ne è rimasto folgorato e a lui si è affidato. Bruxelles-Parigi ogni settimana, sette ore di treno tra andata e ritorno, senza il comodo TGV di oggi.

Scrivo si è affidato, poiché ascoltando tutti i video postati su youtube da pol.it (Psychiatry on line italia videochannel), per la rubrica I Maestri, di affidamento si è trattato. Divenendo paziente di sé stesso, Di Ciaccia racconta con emozione l’incontro con il Maestro vero, si mette a nudo, parla di un blocco, di una sofferenza interiore. Non era interessato alle scuole, alle teorie. Era interessato alla propria sofferenza. Voleva affrontare e prendere di petto la propria sofferenza. Lacan era al posto giusto per lui. Era lì dove lo aspettava. Di una semplicità assoluta, usava poche parole, ma ognuna faceva colpo, centro, raggiungendo l’obiettivo. “Mi ha dato la mano lungo tutto il percorso e la sofferenza è sparita” dice Mounsieur Di Sciascià, come lo ha sempre nominato Lacan.

La nostalgia della memoria, per citare un libro di notevole ispirazione di Aldo Carotenuto, il rapporto tra paziente e analista, conserva i tratti del mistero anche se in tanti tentano, si sforzano invano di svelarlo, quel mistero. Resta qualcosa di irriducibile, di non detto, di non possibile a dirsi anche quando lo dici. Da questo incontro, da questo scambio, da questa discesa reciproca negli abissi dell’anima, si genera un mutamento, ma guardarsi dentro non è come fare un selfie. Non è in gioco l’apparenza, neppure la cura, il guarire, bensì il mutamento. Anche Di Ciaccia riesce, persino con un’intervista, a mutare il sentimento di chi ascolta. Non è magia. Comunica l’urgenza di un cammino, di una chiamata, lui che una chiamata l’aveva ricevuta, ma era una chiamata, non la chiamata.

La lunga intervista è stata suddivisa in video di pochi minuti ciascuno. Vi chiedo di mettervi in visione e in ascolto. Troverete Lacan, la psicoanalisi, la ferita, la sessualità e la pedofilia nella Chiesa, l’inconscio, la tecnica analitica ma, di più, l’uomo. L’uomo che, attraverso la propria esperienza, il racconto del proprio cammino, parla di un altro uomo e si misura, dietro il lettino o senza lettino (che importa), con altri uomini. Siamo tanti al mondo, ma una sola è la storia. Mounsier Di Sciascià si è reso straordinario interprete e strumento per ricordarcelo una volta di più. Grazie a Lacan e a un incontro non ancora finito.

 

 

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.