Vittorino Andreoli, l'agonia di una civiltà

Davide D'Alessandro

L'analisi di Vittorino Andreoli, che seguo da tempo, fotografa "un mondo che va modificandosi con un’accelerazione che spaventa tanto è vorticosa. Ci si accorge così che la tecnologia sta cambiando comportamenti che hanno radici nella storia più remota dell’uomo. Basti pensare ai sistemi di comunicazione che hanno di fatto eliminato qualsiasi distanza anche tra i Paesi più lontani, per cui si può raggiungere un amico in Australia con la stessa velocità con la quale un’e-mail passa dal salotto alla cucina dove c’è nostra madre a riceverla. La comunicazione in tempo reale esprime non solo una variabile di velocità, ma un modo nuovo di relazionarsi, poiché ricevuta una e-mail subito si risponde con un’altra e-mail e qualora si dovesse aspettare più di dieci secondi si trasmetterebbe un segnale indiretto di inefficienza, di non organizzazione. In un’epoca in cui tutto deve necessariamente avvenire in tempo reale, si darebbe prova di una latenza che ti butta fuori mercato, per cui capisci allora che non c’è assolutamente tempo per pensare, o meditare (altro termine desueto, ormai da buttare)".

Angosciati e divorati dallo stimolo, lo aspettiamo, lo anticipiamo, lo chiamiamo. Lo stimolo alimenta la pulsione, elimina la mediazione. Tutto e subito. Velocemente e senza limiti: "Ogni notizia diventa stimolo che fa partire un’immediata risposta, come se non dovesse sostare neppure un attimo dentro la testa ma subito produrre una reazione che di fatto si pone come nuovo stimolo cui si “deve” rispondere, e così ad infinitum. E allora la mente non serve, ma contano di più le dita che digitano; la vita dipende, più che dal pensiero, dalla velocità dei polpastrelli che battono su una tastiera di computer, anche se per poco ancora, visto che molto presto per attivare la macchina basterà pronunciare alcune parole o fissarla con uno sguardo che attiva l’on e poi l’off. Insomma, si tratta di un mutamento non di quantità, ma di qualità della relazione. Noi ormai siamo in contatto con persone che non si sentono né si toccano, che forse nemmeno esistono, ma che comunque attivano il mondo".

E a queste persone, che non si sentono né si toccano, Andreoli continua a dedicare pensieri, parole e opere, nel senso di pagine che aprono a meditazioni profonde. Basta rivolgersi agli ultimi libri editi da Marsilio. Sia in La nuova disciplina del bendessere, sia in Essere e destino, l'uomo, con le sue carenze, le sue altezze e le sue cadute, è al centro di una riflessione senza fine. Ora arriva in libreria Homo stupidus stupidus. L'agonia di una civiltà, edito da Rizzoli, poiché non finisce l'uomo, ma è sempre possibile che migliori, che si guardi, che riconosca la stanchezza dei suoi passi, la solitudine della sua radice, ma anche l'impossibilità a non aprirsi all'altro, a una relazione necessaria e indispensabile. Andreoli è stanco, sempre più stanco della stupidità, della capacità distruttiva, della fine dei princìpi, della dismisura. Sollecita il ripristino della ragione, la sostituzione dell’individualismo esasperato con la cooperazione, indica, da buon medico, una speranza. Eppure, il sottotitolo evidenzia un’agonia. Spes contra spem.

 

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