L'America si è stancata di Trump. Ma i democratici devono ancora capire perché hanno vinto

La sconfitta repubblicana va oltre la tradizionale bocciatura del partito del presidente: gli elettori hanno punito Trump e la sua amministrazione, senza necessariamente sposare il programma democratico. Ora il partito vincitore deve tenere insieme moderati e progressisti, mentre i repubblicani devono interrogarsi sul loro futuro. Le analisi dei politologi Hans Noel e Anthony Fowler

8 NOV 26
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Foto ANSA

“Gli elettori americani sono molto studiati ma misteriosi”, scrisse una volta il New Yorker. Questo novembre l’affermazione si è rivelata ancora una volta vera: martedì l’elettorato ha emesso il suo verdetto su Donald Trump. Alla vigilia del voto, il presidente si è presentato davanti al Lincoln Memorial e ha mostrato le fotografie della Reflecting Pool ristrutturata, sulle note di una musica trionfale. “Un enorme pezzo di... piscina”, ha detto, parlando di “problemi enormi con le alghe. Le alghe sono brutali”. Il presidente era soddisfatto che l’acqua potesse finalmente offrire un riflesso come si deve; un giorno dopo, gli elettori hanno offerto il loro.
I democratici hanno conquistato entrambe le camere del Congresso, strappando almeno sette seggi al Senato e guadagnandone almeno trenta alla Camera. Hanno vinto in roccaforti tradizionalmente repubblicane, tra cui Texas, Kansas e Carolina del Sud, ottenendo una vittoria storica. Alla fine, è emerso che gli elettori erano esausti del presidente e delle continue turbolenze della sua amministrazione.
“Ci sono molti elettori che sono semplicemente stanchi del modo in cui Trump fa le cose”, ha detto al Foglio Hans Noel, politologo della Georgetown University. “Le persone erano frustrate e hanno sviluppato una forte stanchezza nei confronti di Trump.”
Di solito i presidenti perdono seggi al Congresso nelle elezioni di metà mandato, soprattutto quando l’economia è debole e i indici di gradimento sono bassi. Ma c’è sconfitta e sconfitta. L’ultimo crollo repubblicano paragonabile risale al 1974, dopo che lo scandalo Watergate costrinse Richard Nixon alle dimissioni. A differenza di Nixon, Trump è ancora in carica. Ma queste elezioni riportano alla luce una domanda simile: quali conseguenze politiche ha un presidente per il suo partito?
“Parte di tutto questo dipende, al di là dello stato dell’economia, dal grado di corruzione che molti elettori vedono nell’amministrazione, dalla guerra in Iran e dagli altri conflitti in cui ci ha coinvolti, dalla statura internazionale del Paese. E tutto insieme, semplicemente, si somma”, dice Noel. “Più che aver vinto, i democratici hanno beneficiato del fatto che gli elettori hanno ripudiato il presidente.”
Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo un costo della vita più basso e di chiudere la guerra in Ucraina in un solo giorno. Due anni dopo, quella guerra continua, mentre il presidente si è ritrovato a combatterne un’altra in Iran. In Venezuela, la riuscita cattura di Maduro è stata seguita da un interminabile parlare del petrolio del paese. In Iran, la guerra è stata di volta in volta vinta, sul punto di chiudersi con un accordo o di riprendere con un nuovo round di bombardamenti. Quello che mancava era una spiegazione coerente agli americani di ciò che il loro paese stesse cercando di ottenere. Perfino Melania, secondo Trump, una volta si lamentò che il suo ballare fosse “così poco presidenziale”, e lui rispose: “Ma sono diventato presidente”. Il problema non era certo il ballo. Gli americani conoscevano bene i deliri senza fine di Trump dagli anni del Covid, quando lo avevano mandato a casa a favore di Biden, salvo poi stancarsi dell’inflazione, dell’età avanzata e della mancanza di leadership di quest’ultimo, e riportare Trump al potere. Due anni dopo, sembra che ne abbiano di nuovo abbastanza.
Ma se gli americani abbiano davvero cambiato schieramento politico o si siano semplicemente presentati per punire il presidente, non è chiaro. “Storicamente, in questi casi di solito è un mix di entrambe le cose”, ha detto al Foglio Anthony Fowler, politologo della University of Chicago. “I democratici non sono poi così popolari nei sondaggi... Quindi, se i democratici pensano che questo risultato significhi che la gente condivide tutte le politiche che preferiscono, probabilmente non è esattamente così.”
Le elezioni hanno prodotto anche due tipi molto diversi di vincitori democratici. In Texas, il moderato James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, appoggiato da Trump, mentre in Michigan il progressista Abdul El-Sayed è diventato il primo musulmano eletto al Senato. Fowler mette in guardia dal considerare le vittorie progressiste una formula elettorale valida a livello nazionale: El-Sayed, sostiene, ha ottenuto risultati inferiori a quelli di altri candidati democratici. Il partito dovrà ora conciliare i politici eletti negli stati tradizionalmente conservatori con i membri della sua ala sinistra, sempre più assertiva.
“I democratici avranno questa coalizione molto ampia, che comprende moderati cristiani del Kansas ma anche persone di estrema sinistra, alcune delle quali si definiscono perfino comuniste, e saranno tutti nello stesso partito”, ha spiegato Fowler. “Una possibilità è che i candidati più a sinistra finiscano per danneggiare il marchio del Partito democratico. Se dicono cose davvero estreme in aula al Congresso, verranno rilanciate moltissimo sui social e in tv via cavo e così via. I democratici si troveranno in una posizione delicata: dovranno decidere se prenderne le distanze e dire che non sostengono quelle posizioni. Sarà interessante.”
Trump ha mantenuto il controllo sul Partito repubblicano attraverso sconfitte elettorali, guai giudiziari e quattro anni fuori dall’incarico, pretendendo fedeltà personale dagli aspiranti candidati, la cui carriera dipendeva spesso dal suo endorsement. Sfidarlo aveva un costo politico. Dopo le elezioni di metà mandato, la domanda ora è se i repubblicani cominceranno a considerare la lealtà a Trump una zavorra.
“I repubblicani si stanno rendendo conto che devono fare qualcosa di diverso, perché affidarsi solo a Trump, di per sé, non basta”, ha osservato Fowler. “Faranno uno sforzo attivo per moderarsi? Penseranno di aver sbagliato qualcosa e di dover cambiare rotta in futuro? Oppure raddoppieranno la posta, perché in quella coalizione sono rimasti solo i candidati particolarmente MAGA, e così via?”
Il vicepresidente JD Vance ha già attribuito la sconfitta alla guerra in Iran, nel tentativo di preservare il MAGA prendendo al contempo le distanze dalle decisioni del presidente. Ma se questa strategia possa funzionare è un altro discorso. “Potrebbe provare a prendere le distanze da Trump. Ma per lui sarà difficile, perché è il vicepresidente. Kamala Harris ha avuto qualche difficoltà simile l’ultima volta”, ha detto Anthony Fowler al Foglio. “La mia ipotesi è che JD Vance si candiderà comunque, perché non capita spesso l’occasione di correre per la presidenza. Ed essere il vicepresidente in carica con un presidente che non può ricandidarsi è ovviamente un’ottima opportunità. Ma credo che per lui sia una sfida.”
A Washington, i democratici hanno ottenuto il potere di indagare sull’amministrazione, bloccare le nomine presidenziali e frustrare le ambizioni legislative di Trump, anche se è difficile indicare grandi progetti del presidente. Allo stesso tempo, non possono imporre facilmente il proprio programma contro il suo veto, non avendo una maggioranza a prova di filibuster, il che lascia ampio spazio a una situazione di stallo politico.
“Potremmo vedere democratici o repubblicani dire: va bene, facciamo entrambi qualche sacrificio”, dice Fowler. “Ma non ci conto troppo”.
Dopo che i repubblicani avevano conquistato il Congresso nel 1994, Bill Clinton dovette ricordare loro e alla stampa, in una frase rimasta celebre, che “il presidente è rilevante”. Trump potrebbe presto trovarsi nella stessa situazione. Ha passato un decennio a rimodellare il Partito repubblicano a propria immagine, lasciando spesso da parte i suoi princìpi. Il suo primo mandato ha combinato i tradizionali tagli alle tasse e la deregolamentazione repubblicani con il protezionismo, diventato molto più aggressivo nel secondo. Arrivato in carica con inclinazioni isolazioniste, ha dato all’Ucraina la colpa del prolungarsi della guerra, ha elogiato governanti autoritari e ha trattato gli storici alleati europei con una diffidenza che raramente ha riservato agli avversari dell’America. Nonostante tutto, molti repubblicani lo hanno seguito, anche quando la lealtà richiedeva di abbandonare convinzioni coltivate per decenni. Trump ha preteso la loro fedeltà, ma ha raramente offerto una filosofia di governo coerente. Cos’è, dopotutto, il trumpismo al di là di Trump stesso? Ora i repubblicani devono fare un esame di coscienza. Speriamo che trovino la risposta