Un’altra reduce della Shoah uccisa. Effetti collaterali dell’“Intifada globalizzata”?

Eva Geller è morta un anno dopo essere rimasta gravemente ferita nell’attentato di Bondi Beach. In tutto il mondo, dopo ottant’anni vissuti in una pace sostanziale, i sopravvissuti sono diventati vittime di una moderna violenza antisemita, che non ha fatto che intensificarsi dopo il 7 ottobre
7 NOV 26
Immagine di Un’altra reduce della Shoah uccisa. Effetti collaterali dell’“Intifada globalizzata”?

Foto LaPresse

In un saggio uscito questa settimana sulla Neue Zürcher Zeitung, lo scrittore olandese Arnon Grünberg, pubblicato in Italia da Feltrinelli, spiega che per secoli Gesù ha rappresentato la bussola morale dell’occidente. Dopo la Seconda guerra mondiale e con la secolarizzazione, volevamo essere l’esatto opposto di Hitler. “Alla vittima è stata conferita un’aura sacra, il che ha permesso a chiunque si percepisse come vittima di rivendicare dei privilegi” scrive Grünberg. “Il termine ‘woke’ si adatta perfettamente all’epoca di Hitler. L’ingiustizia deve essere corretta o compensata. Ma se la condizione di vittima assume dimensioni sacre, essa finirà per generalizzarsi, finché ognuno non diventerà una vittima”. E le vere vittime della Shoah finiranno per scomparire.
Giovedì è morta un anno dopo essere rimasta gravemente ferita nell’attentato di Bondi Beach Eva Geller, novant’anni, sopravvissuta alla Shoah in Romania, quindicesima vittima dei terroristi che aprirono il fuoco sulla folla riunita per celebrare la festa di Hanukkah sulla spiaggia di Sydney. Altri due sopravvissuti, l’ucraino Alex Kleytman e l’ungherese Marika Pogany, avevano già perso la vita nella strage in Australia. Un quinto delle vittime di Bondi erano dunque sopravvissuti alla Shoah. In tutto il mondo, dopo ottant’anni vissuti in una pace sostanziale, i sopravvissuti sono diventati vittime di una moderna violenza antisemita, che non ha fatto che intensificarsi dopo il 7 ottobre. “Globalizzare l’Intifada” spesso si traduce in “globalizzare la Shoah”.
A Petah Tikva, i missili iraniani hanno assassinato la sopravvissuta Yvette Shmilovich. Stessa sorte per altre due reduci dei campi di sterminio nazisti, Bella Ashkenazi e Olga Weissberg. Gina Semiatichova, sopravvissuta al lager di Terezin, viveva nel kibbutz di Kisufim. I terroristi di Hamas l’hanno trascinata dal rifugio in soggiorno, dove l’hanno uccisa con una pallottola alla testa, durante il “Sabato nero”. Anche la vita di Moshe Ridler è finita più o meno com’era iniziata. Ridler, 91 anni, che da ragazzo fuggì da un campo di concentramento nazista, dove la madre e la sorella morirono di tifo, è stato assassinato nel kibbutz di Holit. Yaffa Adar, sopravvissuta, è una delle immagini simbolo del 7 ottobre, quando fu rapita e trascinata a Gaza su una golf cart durante il massacro compiuto da Hamas. Un’altra sopravvissuta alla Shoah, Barbara Steinmetz, è rimasta gravemente ferita nell’attentato di Mohamed Sabry Soliman: gridava “Palestina libera” quando ha iniziato a lanciare le molotov contro la marcia a Boulder, in Colorado, a favore degli ostaggi israeliani. Mireille Knoll, 85 anni, scampata alla retata del  Vel d’Hiv, il velodromo d’inverno di Parigi, è stata assassinata nel suo appartamento a Parigi. Nei circuiti dell’opinione pubblica occidentale non c’è lo scandalo che ci si aspetterebbe, come se la violenza antisemita contemporanea fosse un dettaglio secondario, un effetto collaterale o addirittura una risposta legittima a Israele.
Per combattere il male, conclude Grünberg, si è costretto a evocarlo continuamente e “l’uniforme nazista è quasi rassicurante: loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, a prescindere da ciò che facciamo”. A prescindere dal fatto che, in nome dell’antisionismo, si uccidano anche i sopravvissuti alla Shoah. Eccolo, lo scandalo.