Esteri
cosa cambia a damasco •
Persino i siriani d’America scaricano Trump. E Barrack rischia
La sconfitta elettorale del presidente americano ha riverberi anche per al Sharaa, che al tycoon deve (quasi) tutto
7 NOV 26

Non c’è da stupirsi se martedì tra coloro che hanno atteso con una certa apprensione il voto americano di midterm c’era anche Ahmed al Sharaa. In questi anni, il presidente ad interim della Siria post assadista ha fatto dimenticare al mondo il proprio passato da terrorista islamico tra le file di al Qaida in buona parte proprio grazie a Donald Trump, che ha aperto le porte del consesso internazionale a un ex jihadista. Ora la debacle elettorale del presidente americano potrebbe avere conseguenze a Damasco, ma anche fra coloro che finora hanno gestito in prima persona il dossier siriano. Il primo a farne le spese potrebbe essere Tom Barrack, ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale della Casa Bianca in Siria e Iraq. “Credo si dimetterà entro la fine dell’anno”, dice al Foglio Ayman Abdel Nour, ex collaboratore di Bashar el Assad e oggi attivista politico negli Stati Uniti. Con la vittoria dei democratici “si tornerà ai canali ufficiali della diplomazia, ovvero a un inviato speciale del dipartimento di stato, non della Casa Bianca”. Abdel Nour, che segue da anni gli sviluppi della politica americana e i suoi riflessi su quella siriana, ritiene che le alternative a Barrack potrebbero essere due: “Una è passare il dossier a Jacob McGee, attuale vice assistente segretario per gli Affari israelo-palestinesi. Oppure Trump ne nominerà un altro, ma in questo caso avrà bisogno dell’approvazione della commissione Affari esteri del Senato, che potrebbe richiedere tempo e non sarebbe così scontata, vista la prevalenza dei democratici”.
Tutto ruota attorno ai nuovi rapporti di forza nel Congresso, sebbene tra gli expats che fanno parte della nutrita (e ricca) diaspora siriana negli Stati Uniti i risultati elettorali non siano stati accolti con toni troppo dimessi. “Anzi, abbiamo sostenuto i democratici perché i repubblicani in questi anni hanno sempre attaccato l’islam invece di focalizzarsi sui caratteri dei singoli individui, sulla loro agenda, sulla loro ideologia e sui loro progetti – dice ancora Abdel Nour –. Per questo, la gran parte dei siriani in America ha votato per i democratici, nonostante nel 2024 avesse preferito Trump”.
Insomma, persino chi dall’8 dicembre del 2024 – giorno della caduta di Assad – deve (quasi) tutto al presidente americano, oggi non è pronto a stracciarsi le vesti per la sua sconfitta. E anche l’idea che si vada verso un cambio di rotta marcato nella politica americana nei confronti di al Sharaa è ridimensionata dagli stessi siriani d’America. “Non mi aspetto particolari cambiamenti – dice al Foglio Bakr Ghbeis, membro di Citizens for a Secure and Safe America (C4SSA), un’organizzazione americana che sponsorizza la transizione democratica in Siria. “Per esempio, una delle voci prominenti della politica degli Stati Uniti in Siria è la senatrice Jeanne Shaheen, che è democratica, membro della commissione Affari esteri e resterà al suo posto”. Al centro di tutto restano sempre le sanzioni. Sebbene al Sharaa e il suo entourage siano stati rimossi da tempo dalla lista dei terroristi e la Siria, dallo scorso agosto, sia stata cancellata dall’elenco dei paesi sponsor del terrorismo, altre limitazioni restano in vigore. “C’è ancora da discutere della rimozione della Siria dai paesi E-1, quelli sottoposti a misure restrittive per le esportazioni. E sappiamo che per i democratici le sanzioni hanno un significato importante – spiega ancora Ghbeis –. Credo che si andrà avanti per audizioni più accurate in commissione. In generale, l’approccio degli Stati Uniti alla Siria sarà meno basato sui rapporti personali e più incentrato sulla via istituzionale, sull’attenzione ai diritti umani”.
Sì, perché a incidere sul voto anti Trump c’entrano ovviamente il tema delle minoranze in Siria, ma anche la guerra a Gaza. Spiega Ghbeis: “Molti hanno votato per Abdul el Sayed e per ogni altro candidato che ha criticato Israele e l’aggressione contro i territori occupati. Una minoranza ha di certo continuato ad appoggiare Trump, ma la guerra in medio oriente gli ha fatto perdere popolarità”.
Il cambio di approccio americano, più formale e meno disinvolto, arriva in un momento decisivo per la ripresa economica siriana. Qualche giorno fa l’ambasciatore Barrack ha fornito una fotografia tranchant della situazione del paese: “La Siria non è un paese che produce ricchezza, è appena uscita dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo, abbiamo un presidente molto giovane e bravo che è un fuoriuscito di al Nusra e che era designato ovunque come un terrorista. Abbiamo un sistema economico che non ha banche cooperative e nemmeno la Banca centrale può stabilizzare la situazione. Poi abbiamo il problema dell’integrazione dei combattenti drusi, degli alauiti, dei curdi. Per tutti questi motivi, trovare qualcuno che venga in Siria a investire è quasi impossibile”. Per Vittorio Maresca, senior analyst alla società di consulenza Karam Shaar Advisory Limited, il quadro economico è meno fosco: “Già all’indomani della caduta del regime le previsioni erano pessimistiche, la Banca mondiale prevedeva una crescita dell’1 per cento, ma ora il Fondo monetario internazionale ha fatto sapere che in realtà la ripresa economica sta accelerando e per il 2026 la crescita dell’economia siriana dovrebbe andare in doppia cifra”. Eppure Damasco si aspetta ancora tanto da Washington. Secondo Maresca, “oltre alla rimozione della Siria dalla lista dei paesi E-1, che impone limitazioni all’export, servirebbe nuovo impulso al dialogo fra il settore bancario americano e quello siriano. Gli Stati Uniti dovrebbero spingere di più affinché banche come Citibank o JP Morgan possano trattare in Siria in un ambiente più confortevole per le transazioni commerciali, magari coprendo le spese di due diligence che molte piccole e medie imprese dovrebbero affrontare per ricominciare a fare trade con la Siria”.
Di più su questi argomenti
Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
