Esteri
La stella polare •
Trasporti, energia e immigrazione. I tre fallimenti di Sánchez, il modello del Pd
Incidenti ferroviari, blackout e la crisi migratoria a Ceuta. Dopo tre crisi di sistema, può il governo spagnolo essere una stella polare per la sinistra italiana?

La sinistra italiana festeggia per la fragorosa batosta elettorale di Donald Trump, ma farebbe meglio a riflettere sul più silenzioso declino di Pedro Sánchez. Per anni la Spagna socialista è stata indicata dal Campo largo, e in particolare da Elly Schlein, come una stella polare. L’azione di governo di Sánchez era l’anticipazione di quello che il Pd avrebbe voluto fare in Italia: un paese capace di investire nelle infrastrutture e nel trasporto pubblico, di accelerare la transizione energetica e di governare l’immigrazione. Il problema è che, dietro la copertina patinata, il modello Sánchez si è dimostrato fragilissimo, con tre crisi che hanno mostrato l’incapacità di uno stato di garantire le sue funzioni essenziali.
La crisi più recente è quella dei trasporti. A metà dicembre 2025, Schlein aveva celebrato l’abbonamento nazionale a 60 euro per i treni spagnoli, contrapponendo la misura del governo Sánchez al governo Meloni che invece avrebbe “tagliato” gli investimenti sui trasporti. La rete ferroviaria, però, non è fatta soltanto di biglietti convenienti, ma soprattutto di manutenzione e sistemi di sicurezza. E proprio su questi aspetti si sono consumati due disastri ferroviari in nove mesi. A gennaio di quest’anno l’incidente di Adamuz, in Andalusia, con 46 morti. Il 31 ottobre lo scontro tra due convogli a Urda, in Castiglia-La Mancia, che ha provocato 69 vittime. Centoquindici morti in meno di un anno. Includendo il disastro di Angrois nel 2013, la Spagna registra più vittime negli incidenti ferroviari del resto del mondo in tutta la storia dell’Alta velocità. Non si tratta di due semplici fatalità, ma del risultato di mancata manutenzione e malfunzionamento dei sistemi e dei protocolli di sicurezza. Gli spagnoli hanno sì l’abbonamento a 60 euro per poter salire su qualsiasi treno sul territorio nazionale, ma non hanno più la ragionevole sicurezza di arrivare vivi.
La seconda crisi riguarda l’energia, altro fiore all’occhiello del modello Sánchez. La Spagna veniva presentata come l’avanguardia europea delle rinnovabili, capace di modernizzare il proprio sistema produttivo e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Poi, il 28 aprile 2025, è arrivato il blackout totale che ha paralizzato la penisola iberica. Un’interruzione generalizzata dell’elettricità, durata dieci ore, che l’Entso-E (la rete dei gestori dei sistemi elettrici europei) ha definito il più grave incidente del sistema elettrico in Europa da oltre vent’anni. Il bilancio ufficiale del grande apagón è di 8 decessi, ma secondo uno studio di Nature Communications nei giorni successivi al blackout in Spagna ci sono stati 167 morti in eccesso rispetto a quelli attesi, probabilmente per effetti indiretti come il malfunzionamento di apparecchiature mediche.
Ancora una volta, dietro la facciata della rapida installazione di rinnovabili c’era la realtà di una rete inadeguata, di un sistema vulnerabile e incapace di stabilizzare la produzione e garantire continuità delle forniture.
La terza crisi è quella migratoria. La Spagna era anche in questo caso il modello: accoglienza, integrazione, regolarizzazione e capacità di gestire flussi apparentemente insostenibili. La crescita continua della destra anti-immigrazione di Vox non veniva percepita come una spia di un modello insostenibile, anche per la pressione dell’aumento della popolazione sui prezzi degli immobili (altra crisi, quella della casa, esplosa nei mesi scorsi ma comune ad altri paesi). Poi a fine luglio 2026, all’improvviso, l’exclave di Ceuta è stata travolta dalla più grande ondata di ingressi irregolari mai registrata a una frontiera esterna dell’Unione europea: circa 80 mila persone hanno attraversato il confine dal Marocco in meno di due giorni. Circa 140 migranti sono morti nel tentativo di superare il confine, per settimane gli abitanti di Ceuta si sono barricati in casa mentre le strade erano invase da migliaia di migranti. Ancora oggi, mentre la normalità fatica a tornare, nella città ci sono 15 mila migranti. Lo stesso Sánchez, che ha gestito la crisi restando in vacanza alle Canarie, ha definito l’ingresso di massa una “violazione dell’integrità territoriale della Spagna”: un altro evento senza precedenti nella storia del paese, che ha messo a nudo l’impreparazione delle autorità, l’incapacità prima di prevedere l’arrivo di un’ondata del genere e poi di gestirla.
Trasporti, energia, immigrazione: tre settori diversi, un problema comune. Il modello Sánchez è stato celebrato per la sua comunicazione, per la costruzione di un’immagine progressista, per il messaggio sul ritorno di uno stato presente. Ma la realtà è quella di un governo che è venuto meno ai suoi compiti essenziali: garantire l’intangibilità dei confini nazionali e la sicurezza delle infrastrutture strategiche. Per poter vivere normalmente nelle città, vedere arrivare i treni a destinazione e la luce quando si accende un interruttore. Alla fine è su questo che si misurano i governi, in America come in Spagna. I sondaggi, a tre settimane dalle elezioni, danno una maggioranza schiacciante del Partito popolare e Vox in quello che potrebbe essere il miglior risultato per le destre nella storia della Spagna democratica. Sánchez si avvicina a una sconfitta che, per dimensioni, è paragonabile a quella di Trump. Il Campo largo che aspira a governare il paese dovrebbe chiedersi se è davvero quello il modello che intende seguire.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
