I repubblicani terrorizzati guardano alla Corte Suprema

Con un Senato democratico, i giudici "anziani" Thomas e Alito non possono dimettersi. Ted Cruz avverte: "Non faranno passare nessuna nostra nomina"

6 NOV 26
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Roma. Ted Cruz, che in una notte si è trovato a essere l'unico legislatore repubblicano statale repubblicano in Texas, ha puntato subito al nocciolo della questione: a partire da gennaio, scordiamoci nomine di giudici federali, non potremo più portare nostri giudici alla Corte suprema, il Congresso democratico metterà sotto impeachment il presidente e i membri dell'Amministrazione. I famigliari di Trump saranno indagati, finirà malissimo. Tra gli attivisti iperconservatori il messaggio è stato subito recepito: John Thune, il leader del Senato uscente, porti subito al voto cinquanta o anche sessanta nomine. Bisogna fare in fretta, entro dicembre. Qualcuno suggerisce anche ai supremi Samuel Alito e Clarence Thomas di annunciare oggi stesso le dimissioni, così che Donald Trump nomini subito i successori e il Senato proceda alle audizioni e alla loro conferma. Utopie da effetto midterm. Pur se tutto legale, con un voto come quello dell'altra notte la mossa sembrerebbe una sorta di colpetto di stato. E poi, chi assicura che i moderati repubblicani uscenti, quelli che Trump ha maledetto (uno su tutti, il texano John Cornyn, sacrificato perché al presidente piaceva di più Ken Paxton, travolto dall'ex seminarista Talarico) staranno al gioco e diranno l'ultimo sì agli ordini della Casa Bianca? Nessuno. Infatti, a mente più fredda il Grand Old Party guarda al domani. Si fanno i conti, si controlla l'anagrafe. Alla Corte suprema la situazione è questa: Clarence Thomas, nominato da Bush padre, ha 78 anni. Samuel Alito, scelto da Bush figlio, 76. Il presidente John Roberts, 71. 
Almeno per due anni, per confermare la maggioranza di sei a tre, nulla dovrebbe quindi essere toccato. Il problema è che con un Senato in cui i democratici hanno 55, forse 56 seggi, anche nel 2028 è probabile che riusciranno a mantenere tale maggioranza. E pure nel 2030. Gli anni diventano quindi già quattro. Sempre che alla Casa Bianca torni un presidente repubblicano. Quello che sembrava in procinto di lasciare era Alito, anche se lui a fine settembre in un'intervista a Bloomberg news aveva smentito le chiacchiere: “Resto”, almeno fino alla sessione che si concluderà il prossimo giugno. “Ho preso questa decisione molti mesi fa” e, a quanto dicono gli amici, non ha cambiato idea adesso, dopo lo tsunami blu che si è abbattuto sull'America. Subito, sui social dominati dai Maga, è diventato pure lui un RINO (Republican in Name Only, repubblicano solo di nome), appellativo affibbiato a tutti quelli che hanno osato dissentire da Trump o ostacolare in qualche modo la sua agenda. La colpa di Alito sarebbe quella di non essersi dimesso un'ora dopo che la Cnn aveva confermato il trionfo liberal al Senato, consentendo al presidente di nominare un baldo giovane iperconservatore alla Corte. Il che dà l’idea del clima tutt’altro che rinunciatario di una grossa fetta di elettorato ancora fieramente trumpiano. Se Alito dovesse rinunciare dopo l’insediamento del nuovo Congresso, la scelta del successore spetterebbe sempre al presidente in carica. Certo, per vedere la nomina approvata dovrebbe puntare su profili quantomeno moderati, ma la proposta sarebbe sua. E in ogni caso, anche senza Alito, i giudici conservatori sarebbero comunque cinque su nove, di cui tre scelti proprio dall’attuale inquilino della Casa Bianca (Neil Gorsuch in sostituzione di Antonin Scalia, Brett Kavanaugh al posto di Anthony Kennedy e Amy Coney Barrett per la liberal Ruth Bader Ginsburg). Ted Cruz ipotizza però un altro scenario: i democratici, dice, semplicemente si rifiuteranno di discutere ogni nomina, lasciando la Corte con uno (o due) giudici in meno fino alle elezioni del 2028. Così da poter scegliere loro. Scenario tutt’altro che impossibile. Nel 2016, quando Scalia morì improvvisamente e gli equilibri della Corte potevano cambiare davvero, Obama propose il progressista moderato Merrick Garland. L’allora leader di maggioranza al Senato repubblicano, Mitch McConnell, si rifiutò di portare la nomina in commissione: è anno elettorale, deciderà il prossimo presidente, disse. McConnell cambiò idea quattro anni più tardi: Bader Ginsburg morì a settembre, le elezioni erano in programma quaranta giorni dopo, e in fretta e furia si organizzarono le audizioni della giudice Barrett.
Ma più che alla Corte, probabilmente, al campo repubblicano interessa consolidare il bottino di giudici federali nei vari circuiti prima che arrivi il preventivabile boicottaggio del Partito democratico.