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Editoriali •
Il Paraguay rifiuta le dimissioni del presidente. Ora vuole processarlo
C'entra il crac di Ueno Bank, la banca più importante del paese, nata da un’app e custode dei risparmi di due famiglie su tre. Il partito di Peña gli nega l’uscita di scena e lo mette in stato d’accusa: oggi il Senato vota la destituzione

Santiago Peña - foto via Getty images
Aggiornamento del 6 novembre. Le dimissioni di Santiago Peña non sono state accettate, e non per salvarlo. Ieri i deputati del suo stesso Partito Colorado hanno fatto mancare il numero legale alla seduta del Congresso che avrebbe dovuto prenderne atto. Lo hanno fatto su richiesta dei clienti di Ueno Bank in protesta, per i quali le dimissioni non bastano: vogliono che il presidente sia giudicato. Subito dopo, la Camera ha votato all’unanimità la messa in stato d’accusa, e oggi tocca al Senato, che dovrà pronunciarsi sulla destituzione. Servono 30 voti su 45, ma anche qui ci si aspetta l’unanimità. Così Peña, invece di lasciare l’incarico per scelta, rischia di essere il primo presidente cacciato dal partito che lo aveva portato al potere.
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Il presidente del Paraguay, Santiago Peña, è stato costretto alle dimissioni dal crac improvviso di una banca che, nata da un’app, in appena tre anni era diventata la più importante del paese. Ueno Bank grazie ai molti vantaggi offerti soprattutto ai meno abbienti, aveva portato un’ampia fetta della popolazione dentro il sistema finanziario, tanto che 2,9 milioni di paraguayani le avevano affidato i propri risparmi: due famiglie su tre, in un paese di 6,1 milioni di abitanti. Non solo: l’istituto gestiva 850 milioni di dollari di fondi pubblici, compresi quelli dell’Istituto di previdenza sociale che sostengono le pensioni e la copertura sanitaria dei lavoratori. Il sostegno di Peña, presidente dal 15 agosto 2023, era stato decisivo per questo boom.
Martedì, però, sull’app della banca è comparsa all’improvviso la scritta: “Non possiamo mostrare il saldo”. La Banca centrale del Paraguay aveva messo Ueno Bank in risoluzione coatta dopo che un audit aveva rivelato come l’indice di solvibilità fosse crollato a meno della metà del minimo di legge. Le indagini non sono ancora concluse, ma si parla di gravi irregolarità e malversazioni. Con app, carte e bonifici bloccati, la gente è scesa in piazza e anche il Congresso è insorto, spaccando il Partito Colorado al governo. Per fronteggiare l’emergenza, Peña ha cancellato il viaggio a Madrid per il vertice Iberoamericano, mentre Horacio Cartes, leader del partito e suo predecessore alla presidenza, chiedeva le dimissioni di quello che aveva scelto come delfino.
I parlamentari colorados si erano inizialmente schierati con Peña, ma lo hanno poi abbandonato quando la situazione si è aggravata. E il presidente ha mollato. “Nessun incarico può essere al di sopra del benessere del Paraguay”, ha ammesso. Mentre subentra il vicepresidente Pedro Alliana, la Banca centrale prova a placare gli animi stanziando per i depositanti un rimborso fino a 10 milioni di guaraní. Al cambio, 1.675 dollari.