Esteri
l'editoriale del direttore •
Segnali di ottimismo da cogliere dalla eccezionale sconfitta dell’agenda Trump
Il putinismo non porta voti, il nazionalismo non offre benefici, il protezionismo e l'isolazionismo fanno perdere le elezioni
5 NOV 26

La formidabile sconfitta di Donald Trump ha dimensioni epocali destinate a rimanere nella storia. L’incredibile numero di stati persi dopo averli dominati due anni fa, le vittorie dei democratici in stati un tempo inavvicinabili, la bocciatura dei candidati espressione di Trump e il ribaltamento contemporaneo dei numeri sia alla Camera sia al Senato, circostanza verificatasi alle elezioni di medio termine solo quattro volte prima di oggi: la sconfitta di Trump – che aveva suggerito agli americani di votare come se ci fosse il suo nome sulla scheda, e gli elettori lo hanno preso in parola – ci dice molto non solo sul malfunzionamento degli ultimi due anni di presidenza americana. Ci dice molto anche su un altro dato importante che riguarda un tema cruciale: l’incapacità da parte dei nazionalismi di offrire benefici ai propri elettori.
Ha perso Trump, alle midterm, ma con lui hanno perso anche alcune idee messe in circolo da Trump. Ha perso l’idea che il protezionismo esasperato possa essere una leva utile per proteggere gli interessi degli elettori. Ha perso l’idea che la guerra commerciale combattuta contro l’Europa possa portare benefici ai cittadini americani. Ha perso l’idea che possa portare un qualche beneficio elettorale fare ponti d’oro ai dittatori, come Putin, e costruire campagne di delegittimazione contro i paesi aggrediti, come l’Ucraina. Ha perso l’idea che un presidente che costruisce la propria politica estera facendosi guidare più dal desiderio di fare affari personali che dal desiderio di costruire occasioni per il proprio paese possa passare inosservato. Ha perso l’idea che le guerre contro le autocrazie possano essere architettate senza mettere in campo la forza necessaria per non rafforzare i dittatori. Ha perso l’idea, soprattutto, che un presidente che scommette forte sull’isolazionismo, sul sovranismo, sul nazionalismo possa raggiungere risultati positivi per il proprio paese.
La sconfitta del trumpismo, in America, non sappiamo che scenari aprirà, ma sappiamo che è la coda lunga di un fenomeno interessante con cui sta facendo i conti, da mesi, un pezzo importante dell’occidente. Il nazionalismo, negli ultimi due anni, è stato fermato, con modalità diverse, in Brasile, con la vittoria di Lula su Flávio Bolsonaro. In Serbia, con la sconfitta di Vucic. In Ungheria, con la sconfitta di Orbán. In Canada, con la vittoria di Carney. In Olanda, con la sconfitta di Wilders. In Romania, con la sconfitta del filotrumpiano Simion.
Il nazionalismo, in Europa, potrebbe offrire sorprese sgradevoli, un domani, forse, in Germania, con l’AfD, e nel Regno Unito con Farage – Regno Unito che, a proposito di nazionalismi che mostrano la corda, non è mai stato così vicino all’Unione europea come oggi, da quando gli elettori hanno votato sì alla Brexit. Ma al momento, in Europa, l’unico nazionalismo che sembra avere possibilità di resistere è quello che prova a darsi una patina di moderazione. Come in Francia con Le Pen che da mesi cerca di tenere a distanza il trumpismo. E come in Italia con Meloni, che ha avuto una certa dose di successo negli anni anche perché l’agenda nazionalista è riuscita a tenerla ben lontana dall’agenda di governo.
La sconfitta di Trump può essere salvifica per l’America, può consentire di aprire spazi anche per l’Europa all’interno delle eventuali future Yalta. Ma la bocciatura del nazionalismo può avere conseguenze interessanti nel resto del mondo nella misura in cui risulterà chiaro quello che è successo con i molti ismi rappresentati da Trump. Il putinismo non porta voti, il protezionismo non porta consensi, l’isolazionismo non porta risultati, l’antieuropeismo non porta benefici, il nazionalismo non offre opportunità.
Il trumpismo esce dagli ultimi due anni di Trump più che ammaccato, non solo in America. I nemici del trumpismo oggi più che mai sanno cosa devono combattere. Ora resta da capire solo cosa avranno da proporre per essere alternativi a Trump senza riuscire nel miracolo di essere più populisti del mazzolato populista in chief.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
