Esteri
ESTINZIONE DI MASSA •
La caduta dell'ultima repubblicana del New England
Susan Collins, trent'anni in Senato e profilo bipartisan. I democratici provato in tutti i modi, per tre decadi, a scalzarla. Alla fine, c'è riuscito il più improbabile di tutti: un taglialegna populista
5 NOV 26

Roma. Con la caduta di Susan Collins non ci sono più repubblicani in tutto il New England. È finito un mondo di cui lei, la senatrice che ha tenuto per trent’anni il seggio senatoriale del Maine, è stata l’ultimo simbolo. Ogni sei anni, quando la costa occidentale si colorava di blu, restava lassù in alto la macchia rossa: il Maine era suo e nessuno riusciva a toglierglielo. I democratici hanno provato di tutto, soldi a palate, spot, endorsement di tutte le punte di diamante. Niente. Nel 2020, quando Joe Biden conquistava la Casa Bianca e Trump si preparava ad assaltare il Congresso, lei smentiva tutti i sondaggi che la davano perdente, e di brutto: cinque, sei punti sotto la sfidante Sara Gideon. Vinse di otto. Stavolta dalle primarie dei progressisti era uscito l’improbabile Graham Platner, finito invischiato in polemiche per il suo essere filonazista e soprattutto per essere stato accusato di abusi sessuali.
I democratici, che già poco tolleravano quel soggetto, hombre del pueblo che diceva di aver capito il mondo allevando ostriche, lo costrinsero a uscire di scena. Al suo posto, in fretta e furia, candidarono Troy Jackson. Un “brav’uomo”, dissero quelli che lo conoscevano, e di solito non è mai un complimento quando si tratta di lanciare un candidato in una partita difficilissima. Ironia della sorte, è stato proprio lui, questo taglialegna populista che non ha ricevuto neppure l’appoggio ufficiale della governatrice uscente del suo stato (che pure è democratica), che in anni e anni di presenza nella legislatura locale (è stato presidente del Senato statale) si è contraddistinto per nulla, ad assestare il colpo ferale a Collins. In tutti i dibattiti tv lei insisteva che essere “un brav’uomo” non basta, che per citare Rino Formica Washington è sangue e merda, che bisogna sapersi muovere in quei corridoi. Ragionamento giusto, ma che tra i populismi striscianti è stato percepito come il colpetto della snob che fa parte del club d’élite. Tutta la campagna elettorale della repubblicana era basata su quel che è stato fatto: Collins ha portato soldi, tantissimi soldi al Maine. Era presidente del Comitato per le appropriazioni, un organismo che ha la giurisdizione sull’intera spesa pubblica del governo federale. Il Comitato, negli anni, ha destinato un miliardo e mezzo di dollari proprio al Maine in fondi per progetti locali e infrastrutture. Senza quei soldi, in epoca di dazi, non avremmo avuto neanche il sale per far sciogliere il ghiaccio sulle strade!, tuonò lei in un dibattito. Non accorgendosi che implicitamente toccava il nervo scoperto dell’economia di uno stato che a causa dei dazi ha pagato moltissimo. Da qui l’accusa: trent’anni a Washington le hanno fatto perdere la capacità di sintonizzarsi con il popolo. Pensa solo al potere e alla ricchezza. E poi l’accusa che più la infastidiva: è una trumpiana. Susan Collins ha costruito la carriera sul suo essere bipartisan. Trent’anni fa per quasi un ventennio, lei e la collega di stato Olympia Snowe erano le senatrici più a sinistra del Partito repubblicano, pur non amandosi affatto (Snowe, ritiratasi nel 2012, ha sempre evitato di sostenere pubblicamente Collins). Votò contro l’impeachment di Bill Clinton, per dirne una. Qualche settimana fa in Maine si è visto Joe Manchin, già senatore democratico del West Virginia, a fare campagna elettorale per lei. Vedete? Altro che Maga, sono bipartisan. Ma anche questo era un segnale della difficoltà. Collins non aveva bisogno di aiuti, ha sempre potuto contare su una macchina rodata e perfetta. Soldi, appoggi, consenso. I sindacati, almeno buona parte, erano con lei. Il suo mentore William Cohen, che dopo diciotto anni le lasciò il seggio in Senato, anche lo scorso settembre ha pubblicato il solito editoriale che ogni sei anni immancabilmente firma sul Portland Press Herald: carissimi concittadini, pensateci bene. Pensate a tutto quel che volete, ma soprattutto alle vostre tasche. Non ha funzionato.
Anche qui il disprezzo per il presidente ha vinto su tutto, lo spiegava bene un’elettrice intercettata all’uscita dal seggio: Susan mi piace, l’ho sempre votata. Ma non posso dare un voto all’agenda Trump. Probabilmente era inevitabile che accadesse, prima o poi. Trump o non Trump. La demografia, il tessuto culturale, la polarizzazione: nel New England, ciclo elettorale dopo ciclo elettorale, i liberal sono cresciuti, portando all’estinzione i repubblicani. Che qualche volta ottengono, qua e là, una vittoria: Kelly Ayotte, già senatrice, è stata riconfermata governatrice del New Hampshire, benché la corsa per il Senato sia stata stravinta dal democratico Chris Pappas. Collins è sempre stata metodica, attenta nel bilanciare la sua indipendenza con la fedeltà al partito, anche quando questo era finito sotto la scarpa di Trump. Una sola decisione le viene ancora imputata: il suo sì alla nomina di Brett Kavanaugh alla Corte suprema. Era il 2018, il giudice designato era stato accusato di condotte sessuali inappropriate e violenze risalenti agli anni Ottanta, quand’era studente. Lo scontro al Senato fu durissimo e la nomina passò per un soffio, con Collins che votò sì. Ancora nelle scorse settimane, c’era chi le chiedeva conto di quel voto. In ogni caso, acqua passata. Niente più Washington, si torna a casa. Anche se c’è da crederci che non si dedicherà alle gite in bicicletta come la donna più famosa del Maine, almeno sulla nostra tv: Jessica Fletcher, la signora in giallo.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
