La notte tutta blu degli Stati Uniti

I democratici vincono tutto quel che dovevano (e anche di più) stravolgendo tendenze decennali e strappando ai repubblicani seggi che controllavano da decenni, dal Texas al Kansas. Il verdetto è una bocciatura senza appello di Trump

4 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 07:44
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È successo quello che doveva succedere. E che è successo nelle 13 delle ultime 15 midterm: il partito del presidente ha perso il controllo del Congresso. Ma anche le previsioni dei sondaggisti che con Hillary Clinton e Kamala Harris non ci avevano preso e la cui credibilità era scesa, sono andate oltre. Più che un’ondata blu – una blue wave – c’è stato un blue tsunami. Se questo era un referendum su Donald Trump, come l’ha definito lui, allora Trump ha perso.
Ha perso il trumpismo, ha perso un presidente che abbandona l’Ucraina, che attacca l’Iran senza fare un regime change, che non sa gestire l’economia. Ha perso il presidenzialismo sfrontato e prepotente, e l’idea che si possa incolpare l’amministrazione precedente sul prezzo della benzina anche dopo due anni. Ha perso un presidente che manda le truppe dell’Ice ad arrestare i presunti immigrati illegali nelle scuole e li spedisce in centro America.
In stati dove il presidente aveva vinto con ampi margini nel 2024, i democratici si sono presi seggi che non controllavano da almeno trent’anni. In Kansas era dal 1932 che non c’era un senatore dem, dalla Grande depressione, da quando l’America era quella raccontata da John Steinbeck.
I democratici in queste elezioni di metà mandato hanno conquistato il Senato e la Camera, portando a Capitol Hill una nuova generazione di legislatori democratici, che hanno spesso dovuto sfidare volti ormai già vecchi del trumpismo. E sono stati raggiunti anche tanti primati che piacciono ai progressisti: il primo senatore dichiaratamente gay, la prima governatrice nera di sempre, il primo governatore latino in California, il primo speaker della camera afroamericano… Ma i grossi segnali sono appunto quelli legati alle roccaforti conservatrici, dove i donatori come Elon Musk hanno investito piccole fortune per spingere il candidato del GoP. Come il Texas dove il religioso James Talarico – “Dio è non-binario!”, diceva – ha vinto, e dove ha vinto anche la candidata governatrice dem, l’ispanica Gina Hinojosa. O in North Carolina, dove Richard Ojeda II ha mandato a casa il deputato repubblicano Richard Hudson, presidente della National Republican Congressional Committee, ovvero il responsabile per la campagna elettorale dei candidati del GoP alla camera.
Anche in stati come Louisiana, Florida e Mississippi, nonostante siano stati vinti dai repubblicani, il margine è sottile. In Maine Susan Collins, senatrice in carica, è stata bocciata da un candidato dem recuperato all’ultimo in sostituzione di un ostricaro pazzo. Talarico ha parlato di uno scontro Davide vs Golia, dove, dice, la sua fionda “sono state le persone del Texas”. Anche la nuova ondata dentro la coalizione dem dei DSA, i socialisti-democratici, festeggia risultati definiti, da NPR “storici”, con almeno 5 deputati eletti. 
Il presidente Trump ha telefonato alla sua adorata Fox News e commentando i risultati ha detto: “Sono un po’ sorpreso. Pensavo che avrebbero fatto meglio”. E’ sembrato moscio, senza quella verve da coup d’état, da 6 gennaio. Aveva detto all’elettorato di immaginare che lui fosse sulla scheda elettorale. Le persone l’hanno fatto. Non hanno certo aiutato pessimi candidati come l’imprenditore Vivek Ramaswamy in Ohio o Ken Paxton in Texas. Il Washington Post, avvicinatosi al presidente negli ultimi anni, ha titolato: “Trump subisce uno storico ripudio”. Ma ci si chiede se i repubblicani abbandoneranno Trump, dopo averlo usato per vincere, facendosi mettere i piedi in testa per dieci anni e cercheranno da domani di costruire un nuovo GoP. O se ormai il siero Maga ha avvelenato l’elefantino.