I tre fronti che ora si aprono per Israele, sempre più solo dopo le midterm

La conquista del Congresso da parte dei Democratici porterà ora al controllo sulle vendite di armi a Gerusalemme. Le aree chiave in cui i risultati elettorali potrebbero influenzare significativamente gli interessi israeliani. Per Vance "la ragione per cui abbiamo perso è la guerra all’Iran"
4 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 17:04
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Foto ANSA

Gli elettori di Providence, nel Rhode Island, martedì hanno approvato a larghissima maggioranza un’iniziativa referendaria che impone alla città di disinvestire da Israele, facendone il più grande centro urbano degli Stati Uniti ad adottare una misura di questo tipo. L’iniziativa ha ottenuto il 75 per cento dei voti, in un contesto che ha visto l’elezione a sindaco di David Morales, socialista democratico. Con le elezioni di midterm, il famoso “sostegno americano bipartisan a Israele” è svanito e l’immagine dello stato ebraico in America è crollata.
“La ragione per cui abbiamo perso è la guerra all’Iran” ha detto anche il vicepresidente J.D. Vance, che notoriamente detesta lo stato ebraico. Fra le cause della sconfitta repubblicana si citano il prezzo della benzina e l’inflazione, la guerra all’Iran e Gaza.
E il refrain è ormai consolidato: “Il prezzo della benzina e l’inflazione sono salite a causa della guerra all’Iran voluta da Israele che ha commesso un genocidio a Gaza”. Un sondaggio Harvard/Harris un anno fa diceva che fra la generazione da diciotto a ventiquattro anni il sessanta per cento “preferisce Hamas a Israele” e, anche fra gli elettori repubblicani il sostegno a Israele è crollato. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quattro repubblicani su dieci hanno un’opinione sfavorevole di Israele. Tra i repubblicani di età compresa tra i 18 e i 49 anni, la percentuale sale al 57 per cento, mentre tra quelli dai cinquant’anni in su, uno su quattro esprime un giudizio negativo.
La conquista del Congresso da parte dei Democratici porterà ora al controllo sulle vendite di armi a Gerusalemme. Un anno fa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare della necessità di rendere il proprio paese indipendente. In diverse occasioni, anche in seguito a colloqui con Donald Trump che lunedì ha annunciato la fine agli aiuti militare a Gerusalemme, Netanyahu ha lasciato intendere che il paese debba prepararsi a un doppio colpo: la fine degli aiuti militari statunitensi e l’imposizione di sanzioni da parte di altri stati e organizzazioni internazionali. La conseguenza economica diretta della decisione di Trump è che il bilancio annuale della Difesa di Israele subirà un taglio di 3,8 miliardi di dollari a partire dal prossimo anno. E ciò avviene mentre il bilancio è lievitato a causa della nuova realtà regionale determinata dal conflitto, dei costi dei combattimenti e dell’impiego intensivo delle forze di riserva, impegnate in prima linea per una media di cento giorni all’anno.
Le implicazioni delle elezioni di midterm per Israele andranno ben oltre la perdita del controllo repubblicano del Congresso. Ci sono tre aree chiave in cui i risultati elettorali potrebbero influenzare significativamente gli interessi israeliani: la politica del presidente degli Stati Uniti verso l’Iran, il nuovo equilibrio di potere al Congresso e, ancora più importante, le presidenziali del 2028, che stanno già cominciando a delinearsi sullo sfondo di un mutamento all’interno di Democratici e Repubblicani. Sull’Iran si fanno due scenari. Il primo è che ora Trump decida di intensificare gli sforzi diplomatici, accettare concessioni nei negoziati a Teheran e presentare un accordo come un successo diplomatico che gli permetta di tirare fuori gli Stati Uniti dal conflitto. Il secondo scenario prevede un tentativo di chiudere la campagna militare con un’operazione breve ma potente, che consenta al presidente di dichiarare (ancora una volta) vittoria, affermare che gli obiettivi sono stati raggiunti e ridurre l’impegno degli Stati Uniti nella regione. In entrambi i casi, gli interessi d’Israele non coincidono con quelli della Casa Bianca.
La seconda sfida riguarda la composizione del Congresso. L’ingresso di una nuova ondata di parlamentari democratici, gran parte dei quali ostili a Israele, si aggiungeranno a quelli già presenti a Capitol Hill. Nel Maine, la senatrice repubblicana Susan Collins è stata sconfitta dal democratico Troy Jackson, costretto a scusarsi dopo aver sostenuto che gli ebrei di Israele avessero difficoltà a usare il termine “genocidio” a causa dell’Olocausto, mentre Chris Rabb di Philadelphia ha vinto un seggio sostenendo un embargo completo contro Israele. La conquista del Congresso permetterà ai Democratici di promuovere audizioni, indagini e iniziative legislative sulla politica israeliana, la guerra a Gaza, l’assistenza militare americana e il più ampio rapporto strategico tra i due paesi. Il messaggio che i candidati potrebbero trarre da midterm è semplice: è possibile adottare posizioni fortemente antisraeliane ottenendo un successo politico. La speranza a Gerusalemme, a prescindere dal partito che vincerà, è che il “sostegno bipartisan a Israele” torni un po’ in salute il primo martedì di novembre del 2028. O la “Super Sparta” di Netanyahu rischia di essere ricordata come un’autoprofezia.