Ecco come la Cina sta strappando l'America latina a Trump

Dal cavo sottomarino tra Hong Kong e il Cile al litio, al rame e al niobio, Pechino consolida la propria presa sulle risorse strategiche del continente. Washington prova a fermarla con minacce e ultimatum, ma Lula e Santiago ricordano che l’America latina non è una proprietà americana

4 NOV 26
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L'ultima battaglia tra Cina e Stati Uniti per le vie navigabili strategiche e per il litio, il niobio ed altre prelibatezze minerali di cui è golosa l'industria hi tech, è avvenuta all'estremo sud occidentale dell'emisfero australe. In Cile. È una lunga guerra, va avanti da decenni. Il gioco ultimamente sembra condotto da Pechino, almeno da quando s'è fatto largo, nelle relazioni internazionali del regime, un gruppo di diplomatici dallo stile aggressivo con linguaggio più da social network che da Deng Xiaoping (riposto in soffitta il suo motto "nascondi la tua forza, attendi il tuo momento"). Stavolta a sferrare il primo colpo è stato invece l'ambasciatore americano in Cile, Brandon Judd, un tipaccio che sembra scappato da un film di Clint Eastwood, rude ex agente di frontiera in servizio dal 1997 al 2024 nell'US Border patrol in Arizona e in California, nominato da Donald Trump a capo dell'ambasciata di Santiago il 10 novembre del 2025. Infilandosi a gomitate in una vecchia disputa tra Cile e Argentina per lo Stretto di Magellano, territorio cileno secondo un trattato del 1881 confermato nel 1984, Brandon Judd ha detto che Santiago può scordarsi la protezione di Washington, incluso l'accordo tra polizia cilena e Fbi, se non abbandona il progetto di cavi sottomarini cinesi per collegare il Cile a Hong Kong e se non accetta le condizioni americane per sviluppare l'industria del rame di cui il Cile è ricchissimo.
Il cavo, che per ora esiste solo sulla carta, ha un nome esplicito: Chile-China Express ed è sostenuto da un consorzio cinese tra cui China Mobile, Hmn Technologies e Hengton Optic-Electric. L'idea è di collegare direttamente la costa di Concón, vicino a Valparaíso, a Hong Kong. Washington dice di temere per la sicurezza delle telecomunicazioni nell'emisfero. La disputa è già costata al Cile nel febbraio scorso la revoca dei visti di tre funzionari tra cui il ministro dei Trasporti e delle Telecomunicazioni Juan Carlos Muñoz. Judd non c'è andato leggero, ha detto al governo cileno: non sarete voi i proprietari del cavo e noi non ci possiamo fidare nemmeno della protezione dei dati di intelligence condivisi. A fine settembre il governo cileno ha detto che il piano è fermo, senza alcuna approvazione concessa. Rassicurazione abbastanza vaga, considerata da Washington insufficiente.
Il conflitto si innesta sulla questione del rame cileno che Santiago estrae e vende sui mercati asiatici e che l'amministrazione Trump vorrebbe venisse prima venduto agli Stati uniti. La gara tra Washington e Pechino s'è infiammata ora in Cile ma riguarda il sottosuolo di tutto il continente. In America latina non c'è solo il 20 per cento del greggio mondiale, ci sono le infinite riserve di gas venezuelane e i bacini d'acqua dolce della Triple frontera. C'è il 35 per cento del rame di tutto il pianeta e c'è soprattutto il Triangolo del litio, quell'enorme fetta di terra tra Argentina, Bolivia e Cile al quale le industrie di alta tecnologia sia americane sia cinesi non possono rinunciare. Poi c'è la grafite naturale, lo stagno, un'infinità di terre rare.
Tostissimo sarà per Washington forzare la mano sul niobio, un metallo di transizione i cui giacimenti si trovano quasi esclusivamente in Brasile, nella regione di Araxà, nello stato di Minas Gerais. Il niobio serve per rinforzare le leghe d'acciaio rendendole più leggere e resistenti al calore, è indispensabile all'industria aerospaziale e nella petrolchimica. Il 15 per cento dei giacimenti di niobio si trova in Quebec e in Russia. Il resto, tutto il resto, è nel sottosuolo dello stato brasiliano di Minas Gerais ed è interamente nelle mani della Companhia Brasileira da Metalurgia e Mineracao (Cbmm). Proprietari della Cbmm, sono i proprietari della Itaù, la principale banca privata latinoamericana: i fratelli Moreira Salles, discendenti cineasti di una dinastia di accademici e diplomatici dall'infinito patrimonio e sostenitori generosi del Partido dos trabalhadores.
Il Brasile di Lula, di cui la Cina è il primo partnr commercale, ha aumentato gli scambi a livelli record con Pechino nel 2026: sono cresciute del 12 per cento le esportazioni e dell'8,9 le importazioni su base annua. La Cina è il secondo partner commerciale di tutta l'America Latina e il primo in Sud America. Un rapporto irrinunciabile che il ministro degli Esteri cileno Francisco Pérez Mackena ha spiegato all'ambasciatore di Trump così: "Non siamo né antiamericani né anticinesi, siamo pro cileni". E che l'ambasciatore di Pechino a Santiago, Niu Qingbao, intervenendo a un seminario per i 20 anni del trattato di libero commercio tra Cina e Cile ha liquidato ricordando che "per Pechino i legami economici non dipendono dalla stagione politica". Trump passa ma il litio resta, detto in cinese.