Inflazione, Europa, dazi, guerre, Cina. I clamorosi referendum già persi da Trump, fuori dall’America

Il presidente americano ha scommesso sulla disintegrazione dell’Ue, sul trionfo dei sovranismi e sulla sottomissione commerciale del mondo. Per ora ha perso quasi tutte le sue partite. E il conto potrebbe arrivare anche alle elezioni di metà mandato

3 NOV 26
Immagine di Inflazione, Europa, dazi, guerre, Cina. I clamorosi referendum già persi da Trump, fuori dall’America

Donald Trump - foto LaPresse

Donald Trump lo ha detto con chiarezza. Ha suggerito agli elettori di immaginare il suo nome sulla scheda. E, nell’attesa di dire, se mai dovesse servire, che in verità non lo ha mai detto, ha suggerito di considerare le elezioni di medio termine come un gigantesco referendum sulla sua figura. Non sappiamo come finirà il referendum, anche se sappiamo che le condizioni per un capitombolo dei repubblicani sia alla Camera (scontato) sia al Senato (meno scontato) ci sono tutte e lo sanno anche le vecchie volpi repubblicane, come Steve Bannon, che già suggeriscono al proprio popolo di indossare i copricapi con le corna, modello Capitol Hill, per resistere alla non impossibile rivolta interna dei repubblicani (dieci stati sui dodici più importanti in cui si andrà a votare per il Senato sono stati vinti nel 2024 da Donald Trump e oggi potrebbero essere vinti dai democratici).
Ma sappiamo che, a proposito di referendum, quelli che il presidente americano ha perso negli ultimi due anni alla Casa Bianca sono tanti e alcuni mettono persino di buon umore. Non mette di buon umore né la scommessa persa da Trump di rovesciare il regime iraniano (missione fallita, anche se prima di dire che l’Iran è più forte di prima conviene aspettare ancora un po’) né la scommessa di far terminare la guerra in Ucraina in 24 ore (cosa che Trump in questi mesi si è augurato di fare attraverso molteplici pressioni sull’aggredito e molteplici carezze all’aggressore). Mette però di buon umore qualche altro referendum fallito dal presidente americano.
Trump aveva scommesso sulla disintegrazione dell’Europa e sulla proliferazione dei populismi in tutti i paesi europei e due anni dopo il suo arrivo l’Europa non è più forte che mai, ma è certamente più forte di prima (chiedere al Regno Unito di Burnham, mai come oggi tentato di riavvicinarsi all’Ue) e la spinta ai sovranismi europei è stata minimale (chiedere al pupillo di Trump, il signor Viktor di nome e Orbán di cognome, mandato ai giardinetti in Ungheria). Trump aveva scommesso sulla capacità dei suoi dazi di dettare le nuove regole della globalizzazione e il risultato dei dazi di Trump, di quelli non falcidiati dalle corti federali americane, è stato quello di aver spinto i grandi paesi del mondo a rafforzare i propri accordi di libero scambio, permettendo al commercio, proprio negli anni dei dazi di Trump, di arrivare a numeri da record (il Wto ha appena alzato la previsione di crescita del commercio mondiale di merci nel 2026 dall’1,9 al 3,9 per cento). Trump, ancora, aveva scommesso sulla capacità di utilizzare un’agenda economica basata sul protezionismo per intervenire sui processi inflattivi di un paese, nell’illusione che i prezzi dei prodotti possano essere calibrati più grazie alla mano dello stato che alla mano del mercato, e il risultato è che oggi il protezionismo trumpiano ha avuto un effetto importante nel far aumentare i costi di molti prodotti, come certificato da uno studio del Kiel Institute, secondo il quale circa il 96 per cento dell’onere dei dazi è ricaduto sugli acquirenti statunitensi, non sugli esportatori stranieri (l’inflazione prima di Trump era del 3 per cento, oggi è del 3,7 per cento l’anno).
Trump aveva detto che gli amici dell’America sarebbero stati protetti (chiedere ai paesi del Golfo). Aveva detto che sarebbe arrivata un’ondata mondiale di Maga (chiedere al Canada di Mark Carney, che ha sconfitto la destra canadese grazie alle minacce di Trump al Canada, e all’Italia di Meloni, che si è allontanata da Trump nonostante la vicinanza ostentata nel passato). Aveva detto che avrebbe fatto di tutto per separare la Russia dalla Cina (mai state così vicine), per far avvicinare l’India all’America (mai state così lontane), per togliere potere alla Cina (mai stata così influente). I referendum persi da Trump fuori dall’America ci ricordano dunque che l’età dell’oro, per il momento, appartiene più ai follower dell’anti trumpismo che agli sfiniti follower dell’agenda Maga. Chissà che il trend non si confermi presto anche in America. Bollicine in fresco e dita incrociate.