Il Texas e la paura dei democratici dell’ennesima delusione

James Talarico è avanti nei sondaggi e i democratici sognano una vittoria storica in Texas. Ma ai suoi comizi prevale la prudenza, dopo anni di sconfitte e illusioni. Dal Maine all’Alaska, fino alle roccaforti repubblicane del Midwest, il partito teme che anche stavolta i numeri possano ingannarlo 

3 NOV 26
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C’è una vignetta che circola molto sui social in queste ore e che racconta bene l’atmosfera che circonda i dem in queste elezioni di mid term. Rappresenta un asinello, simbolo del partito democratico, che guarda terrorizzato un televisore che riporta la notizia della vittoria del candidato democratico James Talarico in Texas. Eppure, neppure davanti all’evidenza dei numeri, l’asinello riesce a darsi pace; neppure mentre il televisore gli dice chiaramente che ha vinto, l’asinello riesce a smettere di avere paura. 
Ed è esattamente questo quello che si percepisce tra il pubblico dei comizi conclusivi di James Talarico che, per chiudere la sua campagna ha scelto di andare sul sicuro, galvanizzare il galvanizzabile, e  fare tappa nelle roccaforti democratiche di Houston, San Antonio e Austin.
Passeggiando per la platea di attivisti quel che si percepisce, infatti, è la prudenza. Persino lo scetticismo. La determinazione a non credere finché non si vede. Sarà scaramanzia (attitudine piuttosto sconosciuta da queste parti); sarà la sindrome da stress post traumatico delle due vittorie di Trump; sarà il ricordo dell’effimero ‘fenomeno’ Beto O’Rourke, sarà l’incertezza su quello che può fare Trump dopo il voto: fatto sta che, ai comizi di Talarico, più che il friccicorio per un’imminente impresa, si respira la paura di una prossima- ennesima- delusione.
I democratici texani, negli anni, hanno fatto i conti con troppe illusioni e troppi sogni morti all’alba per credere ai sondaggi che vedono.
Inoltre sanno che il Texas è una terra in cui il voto inerziale per i repubblicani ha una forza e un peso enorme: ci sono milioni di elettori, da queste parti, per cui il voto per qualcosa che non sia il partito repubblicano è semplicemente inconcepibile. E quel voto inerziale, automatico, che arriva soprattutto dal nord rurale dello stato, è tanto inamovibile quanto difficilmente intercettato da sondaggi e analisi: le agenzie di rilevamento, infatti, per come funzionano, intercettano le opinioni di chi è più informato, di chi segue di più la politica e le elezioni. Mentre invece tendono a ‘bucare’ le opinioni di chi segue poco e si è accorto solo poche ore fa delle elezioni. E che dunque, verosimilmente, voterà come ha sempre votato.  Soprattutto in considerazione del fatto che si vota anche per il governatore e che il repubblicano uscente Gregg Abbott, per quanto meno popolare di un tempo, è comunque ancora molto forte. 
Come se non bastasse, a placare l’entusiasmo democratico, c’è il fatto che nelle ultime settimane, grazie anche alle iniezioni di liquidi di Elon Musk, il partito repubblicano ha inondato i canali televisivi di spot, tagliati sartorialmente sull’elettorato meno mobilitato e attento. Così, mentre James Talarico nei suoi comizi si sta occupando di declinare in salsa texana il messaggio chiave del Partito Democratico di questi ultimi due anni (ossia attenzione al costo della vita, all’accessibilità dei servizi, a partire da scuola e sanità) gli spot repubblicani cavalcano le questioni culturali, il dibattito (irrisorio nei numeri, fragoroso nelle conseguenze elettorali) sulle cure per le persone transgender, e via sventolando drappi rossi. 
In questo quadro, anche se i democratici texani sanno che probabilmente non capiterà mai più loro una congiunzione astrale così favorevole (un Presidente repubblicano impopolare, un candidato repubblicano, Ken Paxton, a dir poco controverso, e un candidato democratico particolarmente forte e carismatico) il sentimento prevalente tra gli elettori di Talarico è la cautela.
Dovrebbero starsi preparando a celebrare un miracolo. E invece, per ora, si limitano a pregare.
E lo stesso, per quanto curioso possa sembrare, sta succedendo più o meno in tutti gli Stati americani in cui l’elezioni appare in bilico sì, ma favorevole ai dem.  Succede in Michigan, dove il candidato Abdul El Sayed appare decisamente ben messo nei sondaggi, ma fa i conti con le divisioni interne al suo stesso partito che potrebbero indebolirlo dall’interno.
Succede in Alaska, dove per insipienza e avidità, i democratici potrebbero essersi sparati sui piedi, creando dal nulla un candidato civetta omonimo del senatore repubblicano uscente, la cui sola esistenza potrebbe mettere in dubbio l’intera credibilità del Partito.
Succede in Maine, dove per mesi i democratici si sono sentiti la gare in tasca e ora stanno facendo i conti con la resilienza della senatrice Susan Collins, alla ricerca del suo sesto mandato. Succede persino in posti come il Kansas, Iowa, Ohio: coriacee roccaforti repubblicane in cui i sondaggi rilevano una fortissima crescita democratica, dovuta probabilmente più all’astensione repubblicana che a un reale spostamento dell’elettorato. 
Un tempo, il partito democratico avrebbe festeggiato come una notizia trionfale il fatto di essere almeno in corsa in un posto come il Kansas e si sarebbe stropicciato gli occhi difronte a sondaggi di CNN che lo davano avanti addirittura di sei punti in Texas.
Ora, invece i democratici non credono più a niente. Nemmeno ai numeri. Nemmeno alle loro stesse speranze. E, alla fine del comizio di James Talarico, si guardano intorno sconsolati: “Si, eravamo tanti, è vero. Ma saremo abbastanza?”.