Sono i pro Pal arabi, per capirci, sono coloro che hanno mostrato vicinanza emotiva, politica, culturale, religiosa alla causa palestinese ma lo hanno fatto spesso, in contesti diversi, senza omettere mai un dettaglio che spesso sfugge ai cugini occidentali: essere pro Pal senza fare sconti al jihadismo pro Pal. I pro Pal più interessanti sono quelli che si sono presentati anche con discreto successo alle elezioni in Israele. Condanne del Sette ottobre, condanne del terrorismo e soprattutto aperture al pluralismo, pur tra differenze e contraddizioni. Hadash, Ta’al e Balad hanno chiesto separazione tra religione e stato, libertà di coscienza, uguaglianza tra uomini e donne, pensiero critico e lotta al settarismo e Ra’am, nato nell’islam politico, ha accolto in lista un candidato ebreo, sionista e laico, Yoav Segalovitz, cosa che nessun partito pro Pal in occidente oggi forse avrebbe il coraggio di fare. Pochi giorni prima, più a ovest, in Marocco, la nuova premier, Fatima El Mansouri, prima donna nella storia del paese a guidare il governo, ha affrontato a muso duro in Parlamento gli islamisti del Pjd, che hanno governato per dieci anni. El Mansouri, nel corso di un intervento in Parlamento il 19 ottobre, ha ribadito l’impegno del Marocco a difendere la causa palestinese e lo status di Gerusalemme. Tre giorni dopo ha preso di mira il partito islamista attaccandolo per il modo spregiudicato con cui quel partito usa la religione a fini politici. E nel farlo ha scelto di tirare fuori dagli archivi una vecchia frase del leader di quel partito, Benkirane, che paragonava le donne ai lampadari che illuminano le case, e gli ha risposto dicendo: “Io non sono un lampadario!”. Piccoli segnali, piccoli gesti, che si collegano ad altri fatti non meno interessanti. Gesti come quelli degli Emirati Arabi Uniti che mesi fa hanno preso una decisione piuttosto clamorosa contro il rischio di radicalizzazione islamista nel Regno Unito, scegliendo di limitare i finanziamenti pubblici per mandare i propri giovani a studiare nelle università britanniche ed esercitando pressioni su Londra affinché mettesse al bando i Fratelli musulmani. Gesti come quelli della Giordania, una monarchia araba che ha un trattato di pace con Israele, che critica severamente le politiche israeliane nei territori palestinesi, ma che considera anche le reti islamiste armate una potenziale minaccia alla propria sicurezza, al punto da aver fatto quello che pochi pro Pal occidentali avrebbero il coraggio di fare: vietare le attività dei Fratelli musulmani, disporre la chiusura delle loro sedi e la confisca dei loro beni. Gesti come quelli messi in campo dal non esattamente illuminato governo egiziano di al Sisi, favorevole alla creazione di uno stato palestinese ma che, conoscendo i rischi della diffusione dell’islamismo politico e radicale, mantiene al bando dal 2013 i Fratelli musulmani e sostiene quello che pochi pro Pal occidentali avrebbero la forza di sottoscrivere: “Salvare la religione dall’essere sequestrata dalle correnti estremiste, che la trasformano in terrorismo, violenza, sangue e distruzione” (al Sisi, 19 gennaio 2026). C’è poi il caso di un paese arabo, paese a suo modo pro Pal, che denuncia la pericolosità dell’Iran e delle milizie da esso finanziate con una durezza che molti estremisti pro Pal non conoscono: l’Arabia Saudita. Riad accusa da mesi Teheran di destabilizzare il medio oriente, cosa che Riad paga sulla propria pelle, e lo fa sapendo che non si può chiedere un futuro alla Palestina senza fare di tutto per non dare un futuro ai terroristi. Ci sono pro Pal e pro Pal. Ci sono i pro Pal occidentali, quelli che giustificano Hamas, che non si fanno troppi problemi a difendere la causa palestinese omettendo di condannare ciò che tiene davvero in ostaggio i paesi arabi: l’islamismo radicale. Ci sono pro Pal non occidentali, invece, che, avendo sperimentato sulla propria pelle quanto sia doloroso chiudere gli occhi di fronte all’estremismo islamista, sono lì ogni giorno a offrire ai pro Pal occidentali lezioni che potrebbero essere utili per il futuro: difendere i palestinesi non significa giustificare Hamas, la violenza contro i civili o l’odio contro gli ebrei, e chiunque voglia dare un futuro ai palestinesi deve farlo ricordando quanto è pericoloso immaginare il futuro di uno stato arabo senza fare di tutto per cancellare, dal fiume al mare, ciò che resta delle reti del jihadismo.