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Il nuovo West. La passione per praterie e ranch che li ha resi più romantici (e più cari)
Wyoming, Montana, Idaho, ultimo baluardo della Frontiera. Grazie a serie come “Yellowstone” sono entrati nell’immaginario collettivo. Tra speculazione e resistenza
2 NOV 26

Il proprietario di un ranch vede generazioni di lavoro, debiti, siccità e sacrifici (foto Getty)
”Dove la stretta di mano è un po’ più forte, dove il sorriso si sofferma un po’ più a lungo, è lì che inizia il West; Dove il sole è un po’ più luminoso, Dove le nevi che cadono sono un po’ più bianche, Dove i legami di casa sono un po’ più stretti, È lì che inizia il West”. Sono i celebri versi del giornalista Arthur Chapman che, nei primi anni del Novecento, restituiscono l’essenza del West: uno stato d’animo e un codice morale. E’ il tempo della Cowboy Poetry – versi scritti di notte attorno al fuoco o in sella a un cavallo – nata per dare forma poetica alla solitudine delle praterie, alla polvere del recinto e all’infinito silenzio di quei luoghi. Una poesia che assieme a serie tv, libri e film, sembra rinata più di un secolo dopo, per raccontare la “bellezza mozzafiato dell’Ovest americano”: plasmato, come scrive Gretel Ehrlich, dalla “ruvidezza delle persone che lo popolano: rancher, allevatori e cowboy che chiamano casa questi ampi orizzonti su cui lo sguardo si perde”. È nel “conforto della vastità” – come scrive la scrittrice americana – che oggi continua il West.
L’ultimo baluardo della Frontiera è la regione del Wyoming, del Montana e dell’Idaho, tra le Grandi Pianure e le Rocky Mountains, al cuore del Greater Yellowstone. È lì che la Frontiera sopravvive nella resistenza spirituale di chi abita questi territori che grazie a serie come Yellowstone – dal nome del più esteso ranch d’America, posseduto in Montana dalla famiglia Dutton – sono entrati nell’immaginario collettivo. Il successo dell’opera, scritta e diretta da Taylor Sheridan, ha dato origine a un intero universo narrativo. Kevin Costner interpreta John, il patriarca della quarta generazione della famiglia Dutton, disposto a tutto pur di proteggere il suo ranch: “L’unica costante della vita è che quando costruisci qualcosa che valga la pena avere, qualcuno cercherà di portartela via”. La Frontiera di Sheridan, saldamente ancorata alla mitologia del “Destino manifesto”, è un mondo che “mastica le persone e raramente le lascia andare pulite”. I personaggi dei suoi racconti si muovono costantemente in zone grigie, dove la sopravvivenza non ammette ipocrisie né semplificazioni morali. John Dutton ne è l’espressione più netta: “Questa è l’America… e noi qui non condividiamo la terra”. Il filone neo-western scava nell’anima profonda dei rancher e degli allevatori. La terra non è semplicemente una proprietà o una fonte di reddito: è un’estensione dell’anima, un’eredità di sangue, una vera e propria religione. Una realtà rarefatta, dove la distanza tra vicini si misura in decine di miglia e lo spazio aperto non è un bene immobiliare, ma una promessa sacra di libertà. Vasto quanto la California ma con appena un milione di abitanti, il Montana si definisce sulle vecchie targhe “Big Sky Country”. Per i suoi abitanti è ancor di più: “l’ultimo posto migliore”. Un’affermazione di identità e di resistenza alle pressioni esterne. Quando, di recente, Washington ha preso in considerazione la privatizzazione e la vendita di ampie porzioni di terre pubbliche per fare spazio a nuovi progetti edilizi, la reazione locale ha scavalcato ogni storica divisione ideologica. Di fronte alla minaccia di vedere alterato il proprio ecosistema, democratici e repubblicani del Montana hanno fatto fronte comune. Per chi vive in queste terre, la tutela del territorio non è una semplice battaglia ecologista, ma la difesa di un patrimonio familiare.
La vera minaccia sono i costruttori, i fondi d’investimento e le dinamiche di gentrificazione che vorrebbero trasformare le vallate in resort di lusso
Bryan Mannix è un allevatore di quinta generazione, alla guida del Wineglass Ranch in Montana per la storica azienda di famiglia, la Mannix Family Beef, radicata nella Blackfoot Valley dal 1882. In un servizio speciale di “60 Minutes” della Cbs News, Bryan parla delle grandi praterie come di qualcosa di “spirituale”: “Alcune persone trovano la connessione con l’universo in chiesa. Per me, basta essere là fuori, con i piedi per terra, in comunione con questo spazio. Quando passi così tanto tempo su una terra, quella terra diventa un tuo familiare, parte del tuo sangue”.
L’etica dei moderni cowboy si fonda su un principio di sussistenza e cura, sintetizzato nella regola delle “tre R”: Remove, Replace, Repair (Rimuovi, Sostituisci, Ripara). E’ un equilibrio continuo in cui la ricompensa non è il denaro, ma la libertà di vivere sotto il “Big Sky”. Lungi dal produrre un individualismo esasperato, la durezza di questa vita cementa una solidarietà comunitaria quasi arcaica. Il rancher Jesse Stetson incarna questo spirito con parole semplici e dirette: “Questa vita mi ha insegnato che le risposte più complesse si trovano appena oltre le orecchie del mio cavallo. Dove il cielo è grande e le miglia sono oneste, una famiglia impara ciò che conta davvero sacrificandosi insieme. E’ qui che nascono le vere amicizie: quelle persone che rimarranno in trincea con te fino alla fine della battaglia, non perché hanno qualcosa da guadagnare, ma solo perché vogliono aiutarti”.
In un documentario disponibile su YouTube, dedicato alla vita rurale nei pressi di Wilsall, nel Montana centrale, gli allevatori descrivono l’inverno come una battaglia quotidiana contro il tempo e il gelo. Ron e suo genero James, dell’Artham Ranch, gestiscono una proprietà di circa 5.000 acri con 500 mucche. “Quando arriva una tempesta di neve, il blizzard, il lavoro raddoppia”, spiega Ron. “Ci tocca guidare camion militari comprati all’asta decenni fa, gli unici mezzi in grado di muoversi in due metri di neve, per distribuire tonnellate di fieno ogni singolo giorno. Se le mucche gravide non ricevono abbastanza nutrimento, i vitelli nascono deboli o muoiono congelati”. James racconta di quando, nel bel mezzo di una bufera, ha dovuto recuperare a cavallo alcune mucche fuggite nei terreni dei vicini: “In quei momenti non esiste l’orario d’ufficio. C’è solo da fare ciò che serve per proteggere la mandria, anche se significa rischiare il congelamento”.
In un reportage radiofonico trasmesso da Bbc Radio 4, Brud Smith e sua figlia Darby, allevatori di quinta generazione nel Montana, descrivono una realtà lontana dal mito: “Il ranching è infinitamente più complicato di quanto pensassi, nonostante ci sia cresciuta dentro. Spesso viene romanticizzato, ma è un lavoro duro che richiede competenze burocratiche e finanziarie immense”.
Brud Smith traccia un parallelo con il passato: “Mio bisnonno, nel 1864, usava solo i cavalli. Oggi, per trovare una mucca persa nei canyon più remoti, io e i miei collaboratori facciamo decollare i droni”. Eppure, quando arriva il momento di marchiare il bestiame in primavera - il branding - “usiamo ancora il lazo a cavallo: è il metodo meno stressante per i vitelli”.
La minaccia più grande, oggi, non viene dall’inverno rigido, bensì dalla speculazione. I veri antagonisti sono i costruttori, i fondi d’investimento di Wall Street e le dinamiche di gentrificazione che vorrebbero trasformare le vallate incontaminate in resort di lusso per turisti provenienti dalle città. L’effetto Yellowstone – la popolarità della serie – ha reso il ranch un oggetto di desiderio globale. La serie ha alimentato l’immagine del grande proprietario terriero come ultimo custode di un’America autentica, ma nella realtà ha contribuito a rendere il West rurale più caro, più esclusivo e più vulnerabile alla speculazione. Nelle zone vicine a Bozeman e alla Paradise Valley, i valori immobiliari sono cresciuti fortemente dopo il debutto della serie, mentre le proprietà panoramiche vicino al parco hanno raggiunto prezzi elevatissimi per acro.
Il “miliardario-cowboy” acquista un ranch non necessariamente per allevare, ma per privacy, prestigio, caccia, pesca o investimento patrimoniale. Gli effetti possono essere contrastanti. Un grande ranch mantenuto come azienda agricola estensiva, con servitù di conservazione e gestione attenta dell’acqua, può preservare habitat e corridoi faunistici. Ma un ranch suddiviso in “ranchettes”, ville isolate, strade private e recinzioni può frammentare praterie e rotte migratorie, aumentare la pressione sulle risorse idriche e allontanare ulteriormente la terra dalla produzione alimentare.
La conseguenza ecologica più grave è la perdita di continuità. Le grandi praterie e i corridoi di migrazione funzionano solo se restano ampi e connessi. Ogni lottizzazione, ogni nuova strada, ogni recinzione residenziale può trasformare un paesaggio aperto in un mosaico di enclave. I mammiferi incontrano ostacoli, i predatori entrano più facilmente in conflitto con uomini e animali domestici, e le comunità rurali perdono la massa critica necessaria a mantenere scuole, servizi essenziali e attività locali.
Nell’Ottocento, Frederick Jackson Turner definisce il West come una regione plasmata dal contrasto tra istituzioni e idee antiche e le influenze trasformative della terra libera. Un incontro che genera un nuovo habitat per l’individuo, aperto alla libertà e alle opportunità, in cui la rottura delle consuetudini avviene attraverso la nascita di nuove attività, nuove modalità di crescita, nuove istituzioni e nuovi ideali. Il mito della frontiera lascia nel West americano un’eredità potente: l’idea che la libertà nasca dall’allontanamento dagli altri, che la proprietà privata sia il fondamento dell’autonomia e che lo stato federale sia un partner incerto, quando non un nemico. Il proprietario di un ranch non vede soltanto pascoli, recinzioni e diritti d’acqua: vede generazioni di lavoro, debiti, siccità e sacrifici. La terra è una conquista da difendere, non un bene astratto da amministrare secondo logiche collettive.
Il voto di midterm potrà cambiare il clima politico, e quindi l’applicazione delle norme sulla fauna, sui parchi e il rapporto tra stati e governo federale
Questa cultura spiega perché le regole ambientali federali incontrano resistenze così profonde. Un allevatore che perde una vitella a causa di un lupo, o che vede un grizzly avvicinarsi alle apiarie e alle zone di parto, non vive il problema come un conflitto “tra economia e natura”: lo vive come un costo imposto da una burocrazia lontana. Le specie protette possono infatti comportare limitazioni all’uso del suolo, consultazioni con agenzie federali, tempi lunghi e spese per recinzioni, guardiania del bestiame o rimozione delle carcasse. Eppure la stessa cultura del ranch contiene risorse preziose per la conservazione. Chi lavora la terra conosce i corsi d’acqua, le rotte degli ungulati, i punti di passaggio dei predatori e gli effetti di un inverno duro. Il problema non è la mancanza di conoscenza locale, ma la percezione che le decisioni siano prese senza fiducia, senza compensi adeguati e senza riconoscere i costi che ricadono su chi vive nel territorio. L’Endangered Species Act, la legge federale del 1973, tutela le specie a rischio di estinzione e i loro habitat critici, imponendo limiti e procedure di consultazione anche per attività pubbliche e private che possono incidere sulla loro sopravvivenza. Le imminenti elezioni di midterm non decideranno soltanto la composizione del Congresso: potranno cambiare il clima politico in cui vengono applicate le norme sulla fauna, i finanziamenti ai parchi e il rapporto tra autorità federale e statale. La legge federale resta la cornice giuridica centrale, ma la sua applicazione dipende da nomine, regole amministrative, budget e volontà politica.
Chi lavora nei ranch non idealizza la wilderness: la attraversa, la subisce e cerca di trarne un reddito. Il divario incolmabile con le metropoli costiere
A New York o Los Angeles la natura è spesso un bene da tutelare, un’immagine da consumare, una promessa di benessere o una risorsa della transizione ecologica. Nel Montana e nel Wyoming è invece una forza quotidiana: gelo, siccità, incendi, predatori, alluvioni, insetti, malattie del bestiame. Chi lavora nei ranch non idealizza la wilderness: la attraversa, la subisce e cerca di trarne un reddito. Questo divario genera due linguaggi incompatibili. Nelle metropoli costiere si parla di “biodiversità”, “carbonio”, “rifugio climatico” e “paesaggio intatto”. Nelle contee rurali si parla di permessi, tasse, acqua, strade, bestiame, caccia e diritto di decidere del proprio territorio. Nessuno dei due linguaggi è falso, ma quando uno prevale sull’altro la politica ambientale perde legittimità. Il rischio è che la protezione dei parchi e delle risorse naturali diventi percepita come una forma di colonizzazione rovesciata: élite urbane e investitori della Silicon Valley arrivano con capitali, modelli culturali e regole, acquistano terre e paesaggi e impongono una visione del territorio che gli abitanti storici sentono non propria. La transizione energetica, le grandi aree protette, le restrizioni edilizie o le politiche sui predatori possono così essere lette non come beni pubblici, ma come decisioni prese da chi non dovrà mai pagarne il prezzo. Questa dinamica può danneggiare la conservazione stessa. Se le comunità locali si sentono escluse, tendono a opporsi anche alle misure ragionevoli; se invece ricevono benefici economici, potere decisionale e strumenti concreti, possono diventare le alleate più affidabili dei parchi. Nessun ecosistema si protegge davvero contro chi lo abita.
Mentre il resto dell’America viaggia a ritmi frenetici, nel West si continua a innalzare argini contro l’avanzare di una modernità omologante. Quella coesione e quella forza d’animo sono davvero l’espressione di valori universali - o soltanto l’ultima resistenza al futuro?