Esteri
quarto potere dimezzato •
Il mondo dell’informazione in affanno nell’America imperiale di Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti ha in odio la stampa liberal e le tv di frontiera. La fabbrica del consenso e i tentacoli che si allungano sui social media. I nuovi padroni e le insidie del digitale. Rapporto alla vigilia delle elezioni di midterm

Donald Trump (foto Ap)
Orson Welles lo vedeva come una minaccia, nei panni di Charles Forster Kane, il Citizen Kane modellato su Randolph Hearst, quello che “se non c’è notizia, inventala”, ma anche quello dell’America first, mitico magnate della stampa che duellava con Joseph Pulitzer, inventore con il New York World del giornalismo popolare. Walter Lippmann lo concepiva come una sentinella per impedire soprusi, sopraffazione, squilibri nella bilancia sempre in bilico tra stato e mercato, tra opinione pubblica e governo. Il quarto potere, con i suoi limiti e le sue ambiguità, è stato comunque un pilastro della democrazia in America. Oggi è insidiato da molte parti. In primo luogo da una presidenza imperiale che intende evirare il Parlamento e addomesticare la Corte suprema. Vedremo che cosa accadrà dopo le elezioni di midterm di domani, ma guai a credere che il quarto potere sia attaccato solo da Trump. Il nuovo mondo digitale da una parte, il crollo dei pilastri del sistema liberaldemocratico con il culto del capo dall’altra, ci portano in un labirinto alla Borges dove il vero diventa falso, l’eroe un traditore e viceversa. E tutto questo continuerà a ribollire nel calderone postmoderno della politica.
Stampa, tv, social media: una vera tempesta è scoppiata nell’informazione. Gli Stati Uniti hanno attraversato per primi la crisi e vivono una transizione talmente lunga che non è destinata a finire, anzi l’intelligenza artificiale impone un’accelerazione e una sterzata non solo ai giornali, ma anche alle televisioni, siano esse via cavo, via satellite, via internet. E’ il contenuto a cambiare, non solo la forma, cambia il mestiere di giornalista e cambia appunto il quarto potere. Anche nell’America di Hearst, di Pulitzer, di Lippmann i poteri erano intrecciati in una matassa insana. I magnati della stampa facevano politica, sostenevano partiti, erano eletti al Congresso, finanziavano presidenti e cercavano di finire loro alla Casa Bianca. Tuttavia lo stesso Hearst, il quale per un periodo si era illuso che il nazismo facesse anche cose buone, quando Hitler gli chiese perché gli americani ce l’avevano con lui rispose: “Perché amano la democrazia e odiano i dittatori”.
Quel groviglio intessuto di conflitti d’interesse si è fatto oggi più soffocante con un presidente che maneggia il potere come un randello; talvolta sembra il più stravagante dei fratelli Marx, talaltra un caudillo sudamericano. L’informazione è il suo cruccio, si è fatto un proprio social e lo ha chiamato Truth per propagare la Verità con la maiuscola anche se è solo la sua. I giornalisti sono nemici odiati (mette in castigo quelli che non lo riveriscono) e invidiati nello stesso tempo; lui che non legge libri anche se ne ha scritti o fatti scrivere (“L’arte degli affari”, “Non arrenderti mai”, “Perché vogliamo che tu sia ricco”, cose del genere) e sono diventati popolari se non proprio best seller. Ce l’ha con la stampa liberal ovviamente e soprattutto con le tv di frontiera come la Cnn e la Cbs di “60 minutes”, la trasmissione cult del giornalismo d’inchiesta, quello vero.
Ma cominciamo dai giornali per affezione e per l’importanza che ha ancor oggi la carta stampata negli Stati Uniti, pur con tutti i suoi derivati digitali e ammennicoli vari.
Le tenebre della democrazia?
Il duello per il primato è tutto newyorchese tra il New York Times e il Wall Street Journal, che Rupert Murdoch ha voluto trasformare nel secondo (per ora) giornale nazionale, oltre che nella voce della fronda, di quei repubblicani ai quali non piace Trump. Tuttavia la parabola del Washington Post targato Jeff Bezos rappresenta ancor più, con i suoi frequenti alti e bassi, il difficile cammino del quarto potere. Proprio questo mese si è insediata una donna, Alex Wallace, nella poltrona del mitico Ben Bradley, l’uomo dello scoop sul Watergate che fece dimettere Richard Nixon. Giornalista che viene dalla tv (Cbs News e Nbc) e dal mondo internet (Yahoo) la Wallace sarà capo operativo, mentre come amministratore delegato è arrivato Jeffrey D’Onofrio, un manager che sa di finanza e digitale più che di editoria. E’ lo spirito del tempo, è una necessità ovunque, anche nel Vecchio Continente. La coppia sembra ben assortita però alcuni hanno arricciato il naso di fronte alla scelta di D’Onofrio perché non solo non è un giornalista, ma ha un profilo più di gestore che stratega di mass media. Ha cominciato con la famosa guida dei ristoranti, la storica Zagat newyorchese acquistata da Google anche grazie alla sua abilità negoziale, poi è entrato nell’universo digitale in Tumblr, la piattaforma fondata da David Karp che ha guidato dal 2013 al 2022. Un periodo a CafeMedia poi è arrivata l’offerta di Jeff Bezos. C’è voluto quasi un anno prima che prendesse in mano il timone retto per appena un biennio da William Lewis, britannico e uomo di giornali, dal Daily Telegraph all’universo Murdoch fino in cima alla Dow Jones dove si è distinto per aver modernizzato il Wall Street Journal con il quale ha ottenuto il premio Pulitzer grazie all’inchiesta sui sulfurei legami di Donald Trump con l’avvocato Daniel Cohen finito nella tagliola giudiziaria tra frode, evasione fiscale e collusione con Vladimir Putin – sì sempre lui, da quante vie diritte e traverse Zar Vlad incrocia la strada della Casa Bianca.
Bezos e Trump non possono essere più diversi. Uno è venuto su dal nulla, figlio di due studenti minorenni e adottato da un immigrato cubano; l’altro nato con il cucchiaio d’argento in bocca, rampollo di un ricco palazzinaro newyorchese. Il primo ha sfondato con una geniale intuizione industriale (la vendita di libri via internet) il secondo ha intrallazzato per tirar su torri e casinò, finendo in amministrazione controllata. Anche fisicamente sono l’azimut e il nadir, Jeff di quasi vent’anni più giovane, piccolo, tutto pepe, ingegnere laureato a pieni voti; biondo e pennellone Donald, uscito da una finta accademia pagata da papà, sfuggito al Vietnam raccontando bugie quando ancora arrivava la cartolina precetto. Le cose sono cambiate dopo la seconda vittoria di Trump e anche Bezos ha baciato la pantofolona. Non solo, ha fatto pressione sui vertici del giornale per ammorbidire editoriali e commenti. Ma quello slogan, “La democrazia muore nelle tenebre”, è rimasto sotto la testata. La frase era apparsa il 17 febbraio 2017 poco dopo che The Donald s’era insediato alla Casa Bianca. Ora che il sole è tramontato e non si sa quando sorgerà ancora sulle rive del Potomac, è ancor più attuale. Il 2027 sarà il 150° anniversario del giornale: D’Onofrio ha scritto che spetta a tutti i collaboratori “posizionarlo per i prossimi 150 anni”. Il suo primo obiettivo è portare i conti in pareggio (forse ce la farà entro l’anno secondo Bloomberg), ma non può bastare, servono nuovi ricavi e nuovi lettori, la svolta nella linea editoriale ha fatto perdere molti abbonati. Notizie e opinioni, ha detto il nuovo amministratore delegato, restano il centro di gravità, ma quali nuovi pianeti vi gireranno attorno? E quale sarà la sua linea nei prossimi due anni mentre si consuma il declino di Trump, non ancora del trumpismo?
La signora in grigio
Sono domande da fare anche al numero uno, il New York Times che dal 2015 si trova a gestire un curioso dualismo, in cima al grattacielo progettato da Renzo Piano nel cuore di Manhattan, tra la dinastia che lo possiede da oltre un secolo e un nuovo ingombrante azionista messicano. Fondato nel 1851 dal giornalista e politico Henry Jarvis Raymond, viene acquistato nel 1896 da Adolph Ochs e rimane sempre in mano alla stessa famiglia che, a differenza di altre, decide di fare un solo mestiere: pubblicare il Times. Voce alta del mondo liberal, nella sua storia ha appoggiato anche repubblicani, come nel 1940 Wendell Willkie che perse contro F.D. Roosevelt. Dal 1960 invece ha sostenuto sempre i democratici. Adolph Simon Ochs, figlio di ebrei tedeschi immigrati, dopo una carriera di giornalista al Chattanooga Times nel Tennesse compra il New York Times per 75 mila dollari presi a prestito, molti per lui, ma in realtà il giornale viene venduto a buon mercato. In pochi anni lo risana e lo lancia con una chiara missione: fare del “giornalismo obiettivo” all’opposto di Pulitzer e dello stesso Hearst. Nel 1904 è già in pista, vent’anni dopo decolla come “pubblicazione democratica indipendente”, un’etichetta che non perderà più, così come il legame con l’ebraismo. Adolph aveva sposato Effie Wise, figlia del rabbino di Cincinnati Isaac Mayer, leader del filone liberal o progressista. Altra impronta indelebile per il Times. Diffidente del sionismo, Ochs si oppone all’idea di uno stato in Palestina. La figlia Ifigenia Berta sposa Arthur Sulzberger, newyorchese figlio di mercanti, padre ashkenazita e madre sefardita, il suo bisnonno aveva fondato la Borsa di Wall Street. L’élite culturale e religiosa si accoppia con l’élite degli affari. Sulzberger entra al Times nel 1918 e nel 1935 prende le redini del suocero. Comincia così il lignaggio che ancora guida il giornale.
The Gray Lady, “la signora in grigio”, comincia a dover mutare abito agli inizi di questo secolo, sotto la spinta di internet e di fronte allo shock dal quale l’America non si è più ripresa: l’attacco di Al Qaida l’11 settembre 2001 che distrugge le Torri gemelle, quel World Trade Center moderno simbolo del Secolo americano. New York è sconvolta, la politica imbocca una svolta securitaria con la legge varata da George W. Bush. Le libertà personali sacre e inviolabili vengono limitate, per la prima volta gli americani debbono girare con i documenti in tasca, misura sia pur necessaria, ma di alto valore simbolico. La vita quotidiana cambia forse per sempre e oggi nuovi giri di vite vengono impressi alla “Democrazia in America”.
Nel 2008, l’anno dopo il trasferimento del New York Times nella nuova sede di 52 piani (non molto lontano dalla vecchia, nell’area di Times Square), Rupert Murdoch si impadronisce della Dow Jones che controlla il Wall Street Journal e decide di trasformarlo in grande giornale nazionale per insidiare il primato del Times, anzi spodestarlo e diventare il numero uno. La sfida è editoriale sia nelle edizioni cartacee sia, anzi soprattutto, in quelle via internet. Mentre le vendite del New York Times in edicola superano un milione 270 mila, gli abbonamenti online arrivano a 31 milioni di utenti unici al mese contro i 12 milioni del Wall Street Journal. Ma è anche un confronto politico-culturale. Entrano nel Times giornalisti conservatori come David Brooks e Sam Tanenhaus e neocon come Bill Kristol, teste acute, penne appuntite.
I conti premono, la prima pagina rompe un tabù ospitando la pubblicità, 21 piani del grattacielo vengono affittati alla società finanziaria WP Carey, una donna, Jill Abramson, arriva alla direzione.
Il magnate messicano
Intanto nella compagine azionaria si incunea per la prima volta un esterno, anzi uno straniero, messicano di origini libanesi, che possiede tra l’altro la più grande compagnia di telecomunicazioni e viene considerato uno degli uomini più ricchi del mondo (a lungo primo o secondo prima dell’arrivo dei magnati Big Tech). Carlos Slim s’affaccia con un piccolo pacchetto azionario (circa il 6 per cento) e dichiara che si tratta di un puro investimento finanziario, fatto quasi per affezione al quotidiano e stima per la famiglia Ochs-Sulzberger; poi nel 2015 annuncia di essere diventato l’azionista numero uno, anche se non unico (ha solo il 17,4 per cento) spendendo 250 milioni di dollari, noccioline per un patrimonio che sfiora i 100 miliardi. In ogni caso decide di lasciare il controllo editoriale a Arthur Ochs Sulzberger Junior e parenti. Finora ha mantenuto la promessa. Il Times è il fiore all’occhiello di una gigantesca conglomerata che dalle telecomunicazioni spazia fino alle miniere, dalle bevande al tabacco, dagli hotel alla gomma, insomma quasi un chaebol coreano.
Carlos Slim non possiede un computer, ma una gran quantità di opere d’arte prestigiose, tiene i conti scritti a mano su quaderni, cristiano maronita, conservatore, tra i principali sostenitori dei Legionari di Cristo, si fregia di un giornale che non è solo un gran quotidiano, ma il pensatoio dell’ebraismo liberale nordamericano. Arrivato a 86 anni, ha introdotto agli affari tre dei suoi figli maschi, che gestiscono l’impero sotto lo sguardo appuntito del padre. Con Trump non si sono mai presi, lo ha attaccato già nel 2016 e ha continuato a disistimarlo, anche se per un periodo ha stemperato i suoi strali e i due si sono incontrati a Mar-a-Lago. I dazi e il muro al confine del Messico lo hanno fatto uscire dai gangheri, poi ha detto che Trump è un distruttore, ma anche un abile negoziatore e forse bisogna far leva proprio su questo suo secondo aspetto. Il Times, comunque, va avanti per la propria strada e Slim si è dimostrato corretto rispettando l’autonomia del giornale. Ce ne fossero come lui nei media.
La sfida dello Squalo
Anche il Wall Street Journal sotto i denti dello Squalo, il nomignolo affibbiato a Murdoch, ha mostrato una linea politica molto netta e nello stesso tempo una grande professionalità giornalistica. Non è diventato numero uno, anche se essere secondi come vendite e abbonamenti digitali rappresenta un bel traguardo, ma è senza dubbio un punto di riferimento anche culturale per chi vuole ascoltare la voce di una destra in doppio petto, senza essere ingessata. Il quotidiano nasce nel 1889 dalla Dow Jones come bollettino di borsa, ma in una prima pagina la cui elegante austerità è piaciuta al Foglio, la sua storia d’esordio è un incontro di boxe tra due campioni dell’epoca. Curiosamente, quando nel 1980 Ted Turner lanciò la sua tv via cavo, partì con un match di pugilato e disse che non si sarebbe mai occupato di news e politica, poco dopo fondò la Cnn. Con la guida di Clarence Barron il Journal apre una nuova strada per il giornalismo economico-finanziario: pubblicare storie interessanti senza guardare in faccia a nessuno; se l’indipendenza è difficile in politica figuriamoci là dove ci sono di mezzo gli affari. Dopo il matrimonio della figliastra di Barron con Hugh Bancroft, che aveva acquisito la Dow Jones, il quotidiano torna nella casa madre.
Con un’ascendenza e un’allure decisamente wasp, il Journal si distingue in storie per i palati fini dei lettori sofisticati senza scoraggiare i neofiti, grazie allo storico direttore Bernard Kilgore che riesce a portare le vendite oltre il milione. Il 1960 è l’anno di una doppia svolta: arriva alla guida per la prima volta un ebreo, Warren Phillips e comincia a seguire il movimento per i diritti civili. Il nuovo secolo si apre con l’ingresso delle edizioni digitali finché nel 2007 Murdoch scala, non invitato, la Dow Jones spiazzando gli eredi Bancroft che ne avevano serbato il controllo. Finisce il compassato stile Wall Street e comincia una nuova fase anche nella gestione. Lo Squalo usa con sagacia le sue armi mediatiche. Con Fox News contribuisce a ripulire e rilanciare Trump (che naturalmente non gli dimostra gratitudine), ne fa la roccaforte della destra dura anche se non proprio pura, apre le porte ai Maga. Con il Journal dà voce ai conservatori tradizionali e ai repubblicani d’antan. Da un sondaggio Gallup, nel 2018 risultava che il quotidiano era considerato dal pubblico il terzo per accuratezza e il quarto per analisi oggettive, più tra i repubblicani, ma anche tra i Democrats. In questo secondo mandato Murdoch e Trump sono finiti ai materassi a proposito degli Epstein files: la pubblicazione degli auguri di compleanno a Jeffrey firmati Donald, con frasi chiaramente allusive ha mandato su tutte le furie King Don che ha chiesto un risarcimento 10 miliardi di dollari. Un giudice di buon senso in Florida ha fatto cadere la querela. Murdoch continua a finanziare il partito repubblicano, ma il Wall Street Journal continua a stampare storie e commenti che fanno il pelo e il contropelo alle mattane di Trump e famiglia, con quella corte dei miracoli che affolla la Casa Bianca.
La telebattaglia
Ci siamo dilungati sui quotidiani perché sono rimasti meno sotto i riflettori, invece la luce piena è calata sull’assalto alla Paramount da parte di Larry Ellison attraverso suo figlio David, operazione da 8 miliardi di dollari sostenuta apertamente dal caro amico Donald non del tutto casualmente presidente degli Stati Uniti. L’obiettivo vero non è la major di Hollywood, ma quel che contiene: la Cbs, prima delle tre reti televisive nazionali (Abc e Nbc sono le altre) considerata insieme alla sua collegata Cnn roccaforte liberal sotto la cappa del Partito democratico.
Trump ha ricevuto da Ellison 45 milioni di dollari, ha rivelato il Wall Street Journal, e in cambio ha coinvolto il fondatore di Oracle in un progetto da 500 miliardi di dollari per costruire i data center destinati a sostenere l’intelligenza artificiale. Non solo, gli ha affidato di fatto TikTok, come vedremo, e lo ha associato a una quantità di affari in comune, il più importante dei quali è l’acquisizione della Paramount. Qui la Casa Bianca ha giocato un ruolo importante favorendo il via libera del Dipartimento della giustizia e della Fcc, l’agenzia federale delle comunicazioni. “Quello che era cominciata come una fusione con uno studio di Hollywood è diventato il test di quanto la corporate America si piega al potere trumpiano sopra i media”, ha scritto il Financial Times.
A differenza dai giornali, i grandi e ancor più quelli locali, la mappa televisiva americana è dominata dai magnati dell’intrattenimento. La Paramount in mano alla Skydance di Ellison possiede Cbs, Mtv, Nickelodeon, Comedy Central, Showtime, e gli asset principali precedentemente legati a Warner Bros, Discovery (quindi Cnn, Tbs e Tnt). La Walt Disney ha Abc e il colosso dello sport Espn oltre a Disney Channel e Fx. Comcast possiede la Nbc, Sky pagata a Murdoch 30 miliardi di sterline, gli Universal Studios. Il giovane gruppo Nexstar nato in Texas nel 1996 è il maggior proprietario di stazioni televisive, testa a testa con il Sinclair Broadcasting fondato nel 1971 da un ingegnere elettronico, che gestisce 170 tv locali con pugno ferreo facendone il veicolo capillare della destra. Poi c’è lo Squalo con Fox.
Giornali, televisioni. Ma non erano morti o moribondi, colpiti da internet e affondati dai social media? I nuovi persuasori non del tutto occulti non sono Facebook, Instagram, Twitter (ora X) annessi e connessi? Così si dice così si è scritto. Sarà vero. Eppure se uno come Trump si affanna tanto, se mobilita poteri economici e politici, se attacca, offende, promette querele, reclama purghe e teste tagliate, lo fa davvero solo per un personale delirio di onnipotenza? Grandi imprenditori si danno battaglia a suon di miliardi per un quotidiano o un canale tv, solo per gioco? Oppure la verità è che gli arcaici giornali fondati addirittura nell’800 e le polverose televisioni che la generazione Zeta non guarda più continuano a dettare l’agenda politica, a orientare chi conta e chi dà le carte? Che dire, ai posteri l’ardua sentenza.
La fabbrica del consenso
Erano stati descritti come le voci dal basso, le più immediate espressioni del popolo, i veicoli della democrazia diretta. Venivano considerati come i nuovi media che avrebbero scalzato i loro progenitori. Leve formidabili per scassare con un’onda di anarchia mediatico-politica le élite dominanti, i poteri consolidati. Invece sono diventati i nuovi persuasori non proprio occulti. Il populismo tecnologico si presentava con l’immagine dell’uccellino di Twitter, con le chiacchiere tra amici su Facebook, poi con foto e brevi filmati su Instagram. Nasceva una informazione di base, un giornalismo dell’evento immediato, dell’atto unico ripreso e rappresentato senza filtri. In poco tempo, è finita che ogni potente vecchio e nuovo si è fatto il proprio social per rispecchiare se stesso e diffondere la sua verità, un Narciso che contempla il proprio potere, un Uncle Scrooge del XXI secolo che nuota nel suo oro. Il pluralismo naif delle origini è diventato prima cacofonia poi conflitto aperto. Lo dimostra la battaglia per il controllo di TikTok.
Il braccio di ferro con Pechino si conclude grazie a un accordo che lascia alla cinese ByteDance il 17 per cento del ramo americano e fa entrare una cordata di imprenditori a stelle e strisce, il primo dei quali è l’amico Ellison. In questo modo TikTok evita di essere bandito dagli States, Trump fa un favore a Xi ed estende i tentacoli anche nei social media i più importanti dei quali sono ormai sotto il controllo della corte dei magnati high tech. Elon Musk con X già Twitter; Mark Zuckerberg con Facebook, Instagram, Whatsapp, Messenger; Google con YouTube; Microsoft con Linkedin; mentre il colosso cinese Tencent possiede WeChat. Ultimo, ma non per importanza, il Truth di Donald Trump. Altro che democrazia diretta, altro che informazione sottratta alla casta dei giornalisti, degli intellettuali, degli orrendi capitalisti, la manipolazione delle masse ormai non ha più veli né filtri.
“Ogni potere è o diventa di destra. Lo rende di sinistra soltanto il controllo esercitato su di esso. E senza la libertà non c’è controllo” ha scritto Jean-François Revel autore di “Come finiscono le democrazie”, socialista poi liberale un po’ anarchico. Era il 1970 segnato da ribellioni nell’occidente capitalistico e da repressioni nelle dittature comuniste. Ma vale per qualsiasi potere voglia imporsi come una monade senza porte e senza finestre. Anche per il quarto potere. Cosa è cambiato da quando nel 1922 Walter Lippmann scrisse “L’opinione pubblica” mettendo in guardia dalla rappresentazione semplificata e distorta della realtà non basata sui fatti, ma su “immagini della nostra testa”, stereotipi come li definì per primo, categorie e pregiudizi che plasmano la percezione delle cose? La forma è più sofisticata, la tecnologia più efficace e pervasiva, la sostanza resta la stessa. Oggi va a tutto gas “la fabbricazione del consenso” come la chiamava il filosofo John Dewey, che pure era ottimista, sessant’anni prima di Noam Chomsky, il quale invece era pessimista. Ancora una volta è l’America a suonare la campana; la sua storia ci ammonisce, ma la sua intelligenza ci offre gli attrezzi per reagire.