Dal gas all’IA, la “malattia olandese” che viene dalla California

Come il gas di Groningen negli anni Settanta, il boom dell’AI può impoverire il resto dell’economia mentre arricchisce pochi settori e pochi investitori. Negli Stati Uniti gli investimenti tecnologici corrono, quelli degli altri comparti ristagnano. E i rimedi tradizionali non sembrano più adatti

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(Foto Getty)

Mentre la borsa americana si prepara per la mega-quotazione di Anthropic, l’IA continua a suscitare un mix di entusiasmi e paure. Le seconde sono aumentate rispetto ai primi. Il progresso non si ferma, è chiaro, e l’IA sopravanza tutte le tecnologie informatiche esistenti. Ma cresce l’attenzione sui possibili risvolti negativi e i possibili rimedi.
Un aspetto su cui si è riflettuto poco sono gli effetti sul resto dell’economia. Il boom di un settore non rimane confinato al settore stesso; quando supera certe proporzioni, innesca meccanismi che si riverberano su tutta l’economia e chiamano in causa le politiche macroeconomiche: fiscale, monetaria, commerciale. Oltre certe proporzioni, il successo di un settore può mettere in crisi gli altri, compromettendo un equilibrio strutturale che dipende, in parte, dalla diversificazione dell’economia. Le politiche industriali, normalmente separate da quelle macroeconomiche per finalità e strumenti, finiscono per intersecarsi con queste.
A chi ha qualche anno in più tutto questo ricorda la “malattia olandese” (dutch disease), tema dominante negli anni 60 e 70. Nel 1959, giacimenti di gas metano vengono scoperti nelle pianure intorno a Groningen, nel nord-est olandese. Un boom di introiti per lo stato, oltre ai benefici per le persone e le imprese derivanti da un’energia abbondante e a buon mercato. Una fortuna insperata? Non del tutto. Il cambio del fiorino olandese si apprezza, peggiorando la competitività delle manifatture; l’Olanda è un’economia molto aperta al commercio. I conti con l’estero rimangono floridi grazie al comparto energetico ma all’interno l’economia è un disastro: costi alti, disoccupazione, carovita, arretramento dell’industria e deterioramento di capitale fisico e know-how. Quando qualche anno dopo il Regno Unito scopre il petrolio nel Mare del Nord, il problema si estende all’isola oltre-manica. La rivista The Economist scopre il problema e conia il termine.
Prima di tentare un parallelo con alcuni fenomeni di oggi, giova ricordare i rimedi che gli economisti proposero e alcuni governi adottarono al tempo. Il primo: isolare il settore energetico dal resto dell’economia, risparmiando gli introiti per ridurne l’impatto espansivo. Rimedio adatto se si ritiene che lo choc sia temporaneo, e quindi convenga mettere fieno in cascina. Questa è la strada seguita da alcuni paesi produttori di energia, come la Norvegia e l’Arabia Saudita. La seconda strategia consiste in interventi a difesa dei settori non energetici, con sussidi e in altro modo. Questa via fu seguita dalla stessa Olanda, oltreché dal Regno Unito pre-Thatcher.
Nei luoghi dove principalmente si sviluppa l’IA, gli Stati Uniti e in particolare la California, si osservano fenomeni per certi versi simili a quelli innescati dal gas olandese, ma con modalità diverse. La variabile che trasmette gli effetti al resto del sistema non è il cambio della valuta: il dollaro nell’ultimo bienno si è deprezzato. Sono invece i tassi di interesse, soprattutto quelli a lunga scadenza, lievitati per la montagna di indebitamento generata dal settore high tech. Tranne che in questo settore, i tassi elevati scoraggiano l’investimento e la crescita negli altri settori. Dati di Oxford Economics documentano la biforcazione della dinamica degli investimenti Usa: robusti nel settore informatico, per finanziare data center e altre strutture finalizzate all’IA, stagnante o in calo altrove.
L’impatto del boom all’economia in generale è limitato dal fatto che la domanda di lavoro del settore informatico è minima. I ritorni dell’investimento sono astronomici ma molto concentrati fra poche persone, quindi non generano domanda aggregata. Rimangono, e sono importanti, gli effetti in termini di rallentamento degli investimenti, della crescita e dell’innovazione negli altri settori. L’economia si polarizza e perde diversificazione. Il processo è ancora agli inizi; dove porterà? La direzione è relativamente chiara, ma l’entità del fenomeno e il suo punto di arrivo lo sono molto meno.
I rimedi tradizionali non sembrano adattarsi a ciò che succede oggi. Gli introiti di gas olandese che affluivano allo stato erano collocabili temporaneamente in un salvadanaio. Oggi arricchiscono un gruppetto di individui sotto forma di capital gain su partecipazioni azionarie non (ancora) quotate. La via del sovereign wealth fund è preclusa. Rimane possibile e probabilmente opportuno proteggere le manifatture, esposte alla concorrenza e danneggiate dalle condizioni finanziarie. Possiamo quindi pensare che i dazi di Trump e la svalutazione del dollaro, favorita da questa amministrazione Usa in vari modi, abbiano una logica? Purtroppo questa razionalizzazione ex-post non regge: per distribuzione settoriale, geografica ed entità, i dazi del cosiddetto Liberation Day hanno poco a che vedere con una razionale strategia di contenimento e riequilibrio. Per contro, l’aumento dei costi del debito che strangola gran parte dell’economia ha molto a che vedere con le politiche imprevedibili di questa amministrazione.