Esteri
Tra i due fronti •
La guerra contro l’Iran spacca i trumpiani, pure se tutte le colpe del mondo sono state riversate su Kyiv
La lettera di Vance a Teheran, rivelata dal Wall Street Journal, riapre il canale diplomatico mentre Trump lascia aperta l’ipotesi di nuovi attacchi. Nel mondo Maga restano distanze profonde sulla guerra, mentre Mosca sfrutta le tensioni con Washington per guadagnare spazio sul fronte ucraino
30 OTT 26

Foto LaPresse
Secondo un’esclusiva del Wall Street Journal, il vicepresidente americano J. D. Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei, il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica d’Iran per tentare di trovare “un terreno comune sufficiente” a scongiurare un nuovo ordine trumpiano di attacchi all’Iran. Il presidente, Donald Trump, è d’accordo con questo tentativo, secondo una fonte del quotidiano sarebbe stato proprio lui a chiedere al suo vice di riaprire il canale, ma di concreto, per ora, c’è soltanto la lettera, tutto il resto è Trump, cioè il caso e il caos.
Le due guerre più importanti in corso, quella russa contro l’Ucraina e quella americana contro l’Iran, aleggiano sul voto di metà mandato, che è ormai prossimo, il 3 novembre, ma hanno preso forme molto differenti nella retorica elettorale della Casa Bianca. Trump ha deciso di scaricare sull’Ucraina la responsabilità dei prezzi alti del carburante, che si portano dietro un innalzamento generale dei prezzi e una grande instabilità, e anche dell’impossibilità di mettere fine alla minaccia iraniana: mancano le armi per farlo, perché sono state tutte svendute a Kyiv. Nessuna delle due cose è vera: non sono gli attacchi ucraini alle raffinerie russe ad aver alterato i prezzi in particolare del diesel – la prova c’è: l’accordo tra America e Russia è del 10 ottobre, il prezzo delle risorse energetiche non si è abbassato – e non sono le forniture all’Ucraina ad aver svuotato gli arsenali americani, bensì un utilizzo poco efficiente degli intercettori contro gli attacchi iraniani a obiettivi americani nel Golfo e una pianificazione fallimentare della produzione di armi. Ma l’operazione di propaganda antiucraina ha in parte funzionato nella campagna elettorale americana, almeno se si ascoltano le dichiarazioni dei candidati trumpiani nei loro comizi.
Resta però un’enorme spaccatura nel mondo conservatore sulla guerra in Iran, che nemmeno il tentativo trumpiano di colpevolizzare soltanto l’Ucraina è riuscito a sanare. Buona parte del mondo Maga considera la guerra contro l’Iran uno degli errori più grandi commessi dall’Amministrazione Trump: le ragioni sono diverse, lambiscono il montante antisemitismo di questa frangia dell’establishment dei Maga, che grossolanamente si può ricondurre all’anchorman Tucker Carlson, che disse già lo scorso anno a Trump – come racconta il saggio “Regime Change” di Maggie Haberman e Jonathan Swan – che se avesse attaccato l’Iran la sua popolarità sarebbe crollata. Poi c’è Vance e la corrente che vuole un accordo duraturo di pace con Teheran, a qualsiasi costo: il vicepresidente si è prestato a fare da mediatore con gli iraniani, congelando di fatto la guerra ma lasciando lo Stretto di Hormuz sotto il controllo dell’Iran, che è la ragione principale della crisi energetica in corso. C’è poi una terza fazione, che è quella che vuole che la guerra riprenda per, come si dice con un’espressione brutalmente spiccia, finire il lavoro con Teheran.
Non si sa, come sempre, da che parte penda Trump, probabilmente si muove tra la seconda e la terza corrente, manda avanti Vance per cercare un pertugio di dialogo con l’Iran ma allo stesso tempo alimenta le voci su un possibile riavvio delle operazioni militari subito dopo il voto di metà mandato. Ma lo stravolgimento tra le due guerre si è compiuto: la Russia approfitta di questo inatteso lasciapassare trumpiano per tormentare l’Ucraina – ieri ha colpito una stazione ferroviaria a Dnipro, 13 morti – offrendosi come mediatrice tra l’America e l’Iran, pur avendo finora aiutato Teheran a colpire gli obiettivi americani.
Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
