Kfar Etzion, Cisgiordania, dalla nostra inviata. Più si ripete una parola, più sembra che il significante si mangi il significato. Accade che più si reitera, più inizia a sembrare soltanto un suono. Le singole lettere sbavano i contorni, rendono la parola vaga, confusa, può volere dire tutto e molto più spesso nulla. Quando, negli ultimi giorni, il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha detto che intende formare una coalizione in cui tutti i partiti sionisti sono invitati e il suo principale sfidante, Gadi Eisenkot, ha promesso la creazione di una maggioranza sionista che sostenga la leva obbligatoria, ogni lettera ha tentato di tornare al suo posto, l’una dietro l’altra, e si è cercato di ricomporre il significato della parola “sionismo”. A Kfar Etzion, in Cisgiordania, in quello spazio di terra oltre la Linea verde che Israele ottenne nella Guerra dei sei giorni, il termine ha un significato molto chiaro, si può comprendere anche dalla storia di questo kibbutz, che nel 1948 venne massacrato dalla Lega araba e nel 1967 venne conquistato il terzo giorno della Guerra dei sei giorni. Eliaz Cohen è un poeta e professore dell’Università Bar-Ilan, quando cammina per Kfar Etzion sa raccontare la storia di ogni pietra. Poi indica le colline attorno e pare che anche dei pendii conosca ogni segreto. Il termine “sionismo” lo ripete spesso e allude al fatto che nulla è immobile, neppure il significato delle parole. “E’ l’ora di una seconda rivoluzione sionista”.
Lo dice con entusiasmo e sottolineando quanto lui tenga alle parole, da poeta e da cittadino perché in questo paese per le parole si è anche ucciso, sono merce pericolosa e salvifica assieme. “Dobbiamo ricominciare a parlare di cosa siamo, dove vogliamo andare e che storia vogliamo raccontare di questo paese”. Cohen sa bene che per il mondo Kfar Etzion non è Israele, ma non se ne preoccupa. Sa che per il resto del mondo lui è un colono, che il kibbutz è un insediamento, ma non si strugge neppure per questo. Sa da che parte stare, sa quanto è profonda la differenza fra lui e gli ormai molto famosi Giovani delle colline, i violenti che vanno a bruciare, distruggere, picchiare i palestinesi rivendicando di farlo per la sicurezza di Israele. “No, quello non è sionismo. Il sionismo ha delle regole. Loro dicono di agire facendo quello che noi abbiamo fatto in passato, dicono di farlo per Israele”. Kfar Etzion si trova all’interno del Gush Etzion, sulle montagne della Giudea, e fu Yitzhak Rabin che in un discorso disse che la zona era destinata a far parte dello stato di Israele. “Il principio dei violenti è: facciamo quello che l’esercito non fa e quindi siamo legittimati perché ci occupiamo di sicurezza. Non è vero, è una scusa. I nostri insediamenti sono nati con il consenso della maggioranza, mai occupando la proprietà privata degli altri, mai mettendo a rischio Israele. Usano il trauma del 7 ottobre per giustificare le loro azioni. E’ violenza e basta, non difende lo stato, è accaduto anche in passato”. Questa terra di sali e scendi è un continuo alternarsi di territori di israeliani e territori di palestinesi. Kfar Etzion a volte si trova nel mezzo: “I violenti spesso se la prendono con i deboli, assaltano case isolate e non villaggi interi. Poi accade che i palestinesi, per rivalsa, se la prendano con noi”. Per Cohen non è sionismo, è il contrario, è distruttivo dell’idea stessa di Israele. “In Europa non capite che il sionismo non è colonialismo. Ragionate con il vostro metro, con la vostra storia. Il sionismo è un ritorno, il colonialismo no. Ma il sionismo ha delle regole, non si fa nell’anarchia e nella violenza. I violenti hanno creato un modo di operare che invita a confondere le due cose”. Cohen mostra un video, dei ragazzi con i segni poco confondibili dei Giovani delle colline – peyot lunghissimi e incolti, kippah cucite a maglia, fili rituali che penzolano oltre la metà della gamba – ballano a un matrimonio imbracciando fucili. “Sai cosa cantano?”, domanda il poeta, invitando a prestare ascolto alle parole. “Cantano una canzone che di solito si sente ai ritrovi di Neturei Karta, ultraortodossi antisionisti. Il filmato è stato girato in questa zona, nel Gush Etzion. Se canti canzoni antisioniste non puoi rivendicare le tue azioni violente come difesa dello stato di Israele. Non stai facendo quello che l’esercito non fa, ma quello che non deve fare. Non stai mettendo al sicuro né noi né la stessa Tel Aviv; stai facendo il contrario, ci metti in pericolo. E lo fai nel nome dell’antisionismo. Quindi contro il paese. Indossi una maschera”. Cohen è un colono, sente che parte della politica ha tradito il suo movimento.
Arrivando da Gerusalemme, sulle colline della Giudea che portano a Kfar Etzion, i manifesti elettorali mostrano soprattutto i volti di Itamar Ben-Gvir e di Bezalel Smotrich, ministri della Sicurezza nazionale e delle Finanze che un governo di unità nazionale dovrebbe escludere. I due hanno investito molto in Cisgiordania, ma secondo Cohen c’è un abuso alla base: “Smotrich si è appropriato del nome del nostro movimento, sionismo religioso, e lo ha messo al suo partito. Era naturale che destasse interesse dalle nostre parti, ma ora, dopo questi anni di governo, sentiamo che invece è stato un assalto ai nostri valori. Smotrich ha rubato l’identità a un movimento nato centoquaranta anni fa. Molti ne erano attratti all’inizio, ma poi lo abbiamo visto al governo”. Il 7 ottobre ha diviso Israele fra chi si è assunto le responsabilità e chi no, Smotrich è tra coloro che non lo hanno fatto e “fare chuva, che vuol dire prendersi le proprie responsabilità, se sbagli, rispondi, è uno dei princìpi del sionismo e dell’ebraismo. Vale per tutto. Per tutti”.
Israele è stato raccontato attraverso le sue divisioni, dice Cohen che il paese è vaccinato contro la guerra civile, “è la nostra personale pandemia”, sostiene il poeta. Ma le divisioni fra i coloni non vengono mostrate, un’etichetta è valsa per tutti. “Io non ho mai creduto che con la violenza i palestinesi possano essere convinti ad andarsene. Vuol dire non averli compresi, non tenere in considerazione il loro attaccamento alla terra. Rimango convinto che la coesistenza sia possibile, anche se ora la fiducia da entrambe le parti è crollata. Sono stati rotti tutti i confini morali. Dobbiamo uscire, loro e noi, dalla mentalità da vittime. I palestinesi devono fare di tutto affinché gli israeliani non li percepiscano più come un rischio, togliere ogni minaccia, dissipare ogni dubbio, e noi israeliani dobbiamo frenare questa pressione collettiva che non porta da nessuna parte”.
Israele è un paese che oggi si sente pronto a ogni terremoto esterno e impreparato per quelli interni. Fra le divisioni, il voto, i piani per il futuro parte della società è bloccata. Cohen ritiene che una città come Tel Aviv, per esempio, sia in realtà immobilizzata dall’omicidio di Rabin, non si è mai ripresa. “Siamo rimasti divisi in tribù e anziché farne un vanto, oggi lo abbiamo trasformato in un problema”. In questo senso il poeta sente l’urgenza di una seconda rivoluzione sionista, anche per spiegare cosa significa, per raccontare la storia del paese che ogni giorno vive come se avesse paura che fosse l’ultimo. “Israele non è nato per essere Sparta, non è fatto per l’autarchia. Deve vivere prendendosi le sue responsabilità, esiste soltanto se democratico. Anche un voto e il suo esito sono una responsabilità. Non si può scegliere quando essere sionisti e quando no, se lo sei, rimani qui”, dice Cohen parlando di tutti coloro che minacciano di lasciare il paese per un risultato elettorale che non li ha soddisfatti, per la riconferma del Likud come primo partito. “Non si può essere sionisti soltanto a determinate condizioni”, non lo dice con rabbia, ma per fare chiarezza, per tornare al significato di una parola ripetuta in modo tanto ossessivo da diventare stridore, più che un suono.