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Cargo dopo cargo •
Hormuz notturna. Come funziona la missione americana per proteggere il traffico nello Stretto
Un reportage del WSJ svela i dettagli dell'operazione che mantiene il blocco navale contro l'Iran e assicura il passaggio dei mercantili. Secondo il Centcom, dall’estate sarebbero stati così esportati 1,5 miliardi di barili di petrolio

Secondo i militari americani, le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico sono tornate sopra i livelli precedenti alla guerra. Notte dopo notte, barile dopo barile, la marina americana ha costruito una protezione quotidiana per far passare le navi cargo dallo Stretto di Hormuz: caccia, elicotteri, radar, droni e tanta superiorità tecnologica. Ciò che era emerso tramite diverse indiscrezioni è stato raccontato dal Wall Street Journal in un reportage esclusivo di Shelby Holliday, scritto a bordo della George Washington, la portaerei a propulsione nucleare della Us Navy che si trova nel Mar Arabico. L’operazione militare ha due obiettivi: mantenere il blocco navale contro l’Iran e difendere il traffico mercantile dagli attacchi dei pasdaran. Negli ultimi sei mesi, secondo i militari americani, oltre tremila mercantili sono riusciti ad attraversare lo Stretto con il loro supporto. Secondo il Centcom, il comando americano responsabile delle operazioni in medio oriente, dall’estate sarebbero stati così esportati 1,5 miliardi di barili di petrolio.
Le missioni partono quasi ogni notte, quando la catapulta della George Washington lancia dal ponte i caccia F-35C e gli F/A-18 armati di missili aria-aria. Sopra lo Stretto lavorano insieme agli aerei adibiti con le loro emissioni a disturbare i radar e le comunicazioni del nemico gli aerei radar che sorvegliano lo spazio aereo e gli elicotteri antisommergibile, formando una copertura continua sopra le petroliere in transito. Partecipano alle operazioni anche una seconda portaerei, una nave d’assalto anfibio, oltre dodici cacciatorpediniere lanciamissili, aerei e droni dislocati nelle basi della regione.
Il loro bersaglio sono i droni e i missili da crociera antinave che l’Iran continua a lanciare dalla costa. Si tratta in gran parte di grossi missili subsonici, cioè più lenti della velocità del suono, che alcuni ufficiali chiamano con ironia “scuolabus volanti”. Ma lo Stretto di Hormuz è largo appena 32 chilometri: lo spazio aereo rischia di essere saturo di oggetti in volo e i piloti americani hanno comunque pochi secondi per riconoscere la minaccia e sparare. “Se viene lanciato un missile da crociera antinave o un drone contro quelle navi, quegli aerei intervengono e lo abbattono in pochissimo tempo”, ha detto al Wsj il contrammiraglio americano Jeffrey Heames, che comanda il gruppo d’attacco della portaerei e le navi di scorta. Gli americani dicono di aver degradato in buona parte la capacità iraniana di individuare e seguire le navi mercantili, e che il 95 per cento del traffico commerciale passa attraverso Hormuz senza danni. Un pilota ha raccontato che la sua squadriglia ha protetto tutte le navi ogni volta che i jet erano in zona e avevano munizioni sufficienti, ma ha ammesso che a volte l’Iran riesce a colpire più navi di quante gli americani riescano a difendere. A ottobre, per esempio, il centro britannico per la sicurezza marittima legato alla Royal Navy, lo United Kingdom maritime trade operations, ha registrato più di 35 incidenti.
Le missioni sono costanti. “Più gli aerei volano, più sono soggetti a guasti”, ha spiegato l’ufficiale Addie Schaefer al Wsj. La macchina della George Washington è sempre in movimento. A bordo quattro grandi ascensori spostano più velivoli alla volta fra il ponte di volo e l’hangar, gli addetti all’armamento caricano e scaricano i missili e i tecnici riparano i motori nell’officina dei reattori.
Sostenere questo ritmo ha un costo umano e operativo. Gli Stati Uniti hanno in medio oriente 50 mila militari e 20 navi. L’Ufficio di bilancio del Congresso stima che il conflitto costi fra 2 e 3 miliardi di dollari al mese in munizioni, carburante e rifornimenti. Alcuni funzionari americani riconoscono che questo impegno limita la capacità di contrastare l’influenza cinese o di rispondere ad altre crisi. Le portaerei hanno stabilito i record dell’epoca moderna per durata della missione e giorni consecutivi in mare senza scalo, e il capo delle operazioni navali, l’ammiraglio Daryl Caudle, ha ora annunciato un centro di manutenzione per le navi a Diego Garcia, nell’oceano Indiano, e più soste in porto per gli equipaggi: “I marinai hanno bisogno di fermarsi in un porto”.
I tentativi del presidente americano Donald Trump di costruire una coalizione internazionale per proteggere lo Stretto, finora, non hanno avuto successo. Intanto il Pentagono continua a inviare altri uomini e altre navi. E i rischi non diminuiscono, perché come raccontato dal Wsj e non solo, la Casa Bianca avrebbe chiesto a diversi paesi del Golfo di prepararsi a una campagna militare “breve e intensa” contro l’Iran, che partirebbe dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre – ma su cui Trump non ha ancora preso una decisione definitiva. Michael O’Hanlon, direttore della ricerca sulla politica estera alla Brookings Institution, ha invece suggerito a Trump, in un commento al Wsj, di aspettare: “Il tempo è dalla sua parte. Bisogna far capire che si è pronti ad andare avanti all’infinito”. La guerra, sembra, si deciderà su chi controllerà lo Stretto di Hormuz per più a lungo.