Anche il regista iraniano Panahi merita la claque di Naza

Il celebre regista, condannato a cinque anni, subisce la pena di un regime spaventoso che da decenni gli impedisce di filmare, lo arresta e lo bandisce. Ma al massimo riceve una solidarietà formale, distaccata, se non inesistente
30 OTT 26
Immagine di Anche il regista iraniano Panahi merita la claque di Naza

Foto ANSA

“Boualem Sansal è molto coraggioso e da anni mi domandavo perché resta in Algeria” ha detto Michel Houellebecq sul romanziere condannato a cinque anni di carcere ad Algeri. “C’è una certa grandezza nel suo restare nel proprio paese come resistente. Ho sempre pensato che nel 1940 era più coraggioso restare in Francia piuttosto che andare a Londra, per esempio”. Ora anche Jafar Panahi è condannato a cinque anni. Da un lato, il celebre regista iraniano punito da un tribunale rivoluzionario di Teheran, con confisca dei beni, divieto di viaggiare e usare i social. Dall’altro “Naza”, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, acclamato a Venezia con una standing ovation da record e il premio speciale della giuria.
Panahi subisce la pena di un regime spaventoso che da decenni gli impedisce di filmare, lo arresta e lo bandisce. I secondi denunciano la democrazia israeliana in guerra. Ma solo Abraham e Szor incassano la claque mediatica e politica più sonora. Panahi è un caso classico di artista sotto dittatura. Ha vinto la Palma d’oro a Cannes, sfidato i divieti iraniani da venti anni e dichiarato che il regime ha perso legittimità. La sentenza arriva dopo il suo ritorno a Teheran, come Sansal ad Algeri, in un contesto di repressione e forche mattutine per il dissenso. Non è un “critico scomodo” di una democrazia: è l’oppositore di un regime che fucila, impicca e che dal 1979 tiene in carcere intellettuali e registi.
In Israele, un film può accusare l’esercito di morti civili indiscriminati, ricevere ovazioni e premi a Venezia e i suoi autori rischiano al massimo un documento ufficiale di risposta dell’esercito israeliano. In Iran, un regista che gira film contro il regime finisce con una condanna a cinque anni, confisca e silenzio. “Naza” produce scandalo e celebrazione nei circuiti festivalieri e nei media occidentali; Panahi, al massimo, una solidarietà formale, distaccata, se non inesistente.
“Gli artisti hanno il dovere di non restare in silenzio sull’Iran” disse Panahi a gennaio alla cerimonia per gli Efa, gli Oscar europei. L’ultimo appello per Panahi dell’Associazione nazionale autori cinematografici risale a sedici anni fa, quando Bernardo Bertolucci intervenne in suo favore. Sono trascorsi sedici anni. Amnesty International ha chiesto la sua scarcerazione il 3 gennaio 2011, sebbene nel frattempo Panahi sia stato minacciato e riarrestato, con buona pace di Xavier Bardem, Susan Sarandon e di Juliette Binoche. L’indignazione è calorosa quando il bersaglio è lo stato ebraico, tiepida quando è una teocrazia che reprime i propri artisti da mezzo secolo. Di appelli per Gaza o contro Israele il cinema italiano ne ha prodotti molti nell’ultimo anno. Dove sono quelli per il popolo iraniano massacrato?
Il mese scorso, alla Casa del cinema di Roma, Villa Borghese, organizzatore l’Istituto culturale dell’Iran, si sono presentati film del regime, come “Il dio della guerra”, prodotto da Owj Arts and Media Organization, che suona come una casa indipendente, ma che è il cartello audiovisivo dei Pasdaran. Il film è incentrato su Hassan Tehrani Moghaddam, il “padre” del programma missilistico della Repubblica islamica. Un evento di propaganda iraniana in grande stile. Un luogo pubblico romano, gestito da una fondazione che produce la Festa del cinema, ha offerto la propria vetrina a un’operazione che a Teheran chiamano, senza pudore, “fronte culturale della rivoluzione”. E forse anche certi nostri cineasti della resistenza da tapis rouge.