Sisi ha paura e zittisce i giornali

Il dittatore egiziano chiude anche Mada Masr. Le voci sul suo successore
29 OTT 26
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Foto LaPresse

Alla fine del 2010, meno di quattro mesi prima dell’inizio delle Primavere arabe, migliaglia di egiziani cominciarono a scendere in strada contro il regime. Voci insistenti sulla successione di Hosni Mubarak, l’allora dittatore del Cairo, dicevano che il figlio Gamal stesse per prenderne il posto, una prospettiva che ai giovani egiziani sembrava peggiore di avere Hosni al potere. La storia successiva fu all’insegna dell’instabilità, al grido di “pane, libertà e giustizia sociale”, seguirono l’intervento dell’esercito, il governo dei Fratelli musulmani fino al colpo di stato del 2013, quando Abdel Fattah al Sisi prese il potere. Quindici anni dopo, Sisi ha imparato che il passaggio del potere, per ogni dittatore, è il momento più delicato. La settimana scorsa ha annunciato che non si ricandiderà per un nuovo mandato nel 2030, ma ha anche indicato dove si dovrà cercare il suo successore: nelle Forze Armate.
In contemporanea. Sisi ha avviato una stretta senza precedenti alla libertà di stampa. Prima è stata la volta del sito di inchieste Matsadaash, accusato di essere vicino alla Fratellanza e chiuso con l’arresto di tutti e sei i membri della redazione. Poi è stata quella di Mada Masr, l’ultimo sito di informazione indipendente rimasto in Egitto. Mada Masr già da tempo non era più accessibile in patria, ma solo all’estero. Finché martedì non è stato chiuso, multato e la sua caporedattrice, Lina Attalah, è stata arrestata per alcune ore prima di essere liberata. Durante la detenzione, Attalah ha anche scoperto di essere già stata condannata a un anno di reclusione nel 2024 in un procedimento aperto senza che lei ne sapesse nulla. L’intreccio che si va creando in Egitto tra l’ondata di censure e arresti, le voci sulla successione di Sisi che dovrebbe cementare il potere dell’establishment militare e le enormi difficoltà economiche del paese racconta un paese in cui gli spazi democratici sono spariti. Sisi ha paura per sé e per chi lo sostiene – l’esercito – e sa che per sopravvivere ha bisogno di fare terra bruciata della società civile. Il percorso iniziato nel 2013 è ormai arrivato a compimento.