Esteri
IL VOTO •
La strana apartheid d’Israele, l'unico paese dove gli arabi sperimentano la democrazia
In Israele è record di elettori arabi (ottanta per cento di affluenza, tre punti più della media nazionale) e di seggi alla Knesset per i partiti arabi, da dieci a diciannove, compresi quelli che non riconoscono lo stato ebraico e più del doppio dei partiti dell’estrema destra. Eppure, l’accusa a Israele di “nuova apartheid” è la più tristemente efficace e dura a morire
29 OTT 26

(Foto Getty)
Chiunque governi, Israele ha già mostrato cosa sia una democrazia a tutti i pro Pal che inneggiano a Hamas, un regime terrorista specializzato in bare ma non in urne. Israele si è confermato il “paese arabo più libero del mondo”. Nessun paese arabo è classificato “full democracy” o “flawed democracy”. Solo due sono “hybrid regimes” (a metà tra democrazia e autoritarismo): Marocco e Tunisia. Tutti gli altri (Algeria, Egitto, Iraq, Libano, Giordania, paesi del Golfo, Yemen, Siria, Sudan, Libia, Mauritania) sono regimi autoritari e dittatoriali. E poi c’è Israele, dove è record di elettori arabi (ottanta per cento di affluenza, tre punti più della media nazionale) e di seggi alla Knesset per i partiti arabi, da dieci a diciannove, compresi quelli che non riconoscono lo stato ebraico e più del doppio dei partiti dell’estrema destra. Una delle immagini di queste elezioni sono le file di donne in niqab in attesa di entrare al seggio elettorale, oltre ai beduini su cammelli e asini verso le urne. Il paradosso è spiegato da Daniella Greenbaum Davis, editorialista del Washington Post: “Israele è stato il primo paese del medio oriente a concedere alle donne musulmane il diritto di voto. Israele è straordinariamente scarso in apartheid e genocidio”. Meno lusinghiero, ma non meno paradossale, Hassan Khaled: “Israele permette ad arabi che rifiutano di riconoscere Hamas come terroristi di vincere seggi in parlamento”.
Israele, continua Hassan Khaled, “è praticamente l’unico paese che non ha messo al bando i Fratelli musulmani. Pensano di vivere in Svizzera, non in medio oriente”. Eppure, l’accusa a Israele di “nuova apartheid” è la più tristemente efficace e dura a morire. L’unica distinzione legale tra cittadini ebrei ed arabi di Israele è che questi ultimi non sono tenuti a prestare servizio nell’esercito israeliano. Nel 1999, Abdel Rahman Zuabi è stato il primo arabo israeliano a entrare nella Corte suprema. Oggi c’è il giudice permanente Khaled Kabub, che è anche il primo islamico a scalare gli alti scranni della potentissima Corte. Nel 2004 fu Salim Joubran, un altro arabo israeliano, a essere nominato giudice permanente della Corte. L’indipendenza di cui Joubran godeva come giudice fu dimostrata nel marzo 2012 alla cerimonia di inaugurazione della Corte, quando Joubran scelse di non cantare l’inno israeliano, l’Hatikvah. Un’immagine impensabile in qualsiasi altro paese della regione, dal Marocco all’Iran. Il giudice arabo George Kara avrebbe guidato il panel di tre giudici che ha condannato l’ex presidente israeliano Moshe Katsav. Un arabo che mette in carcere un ebreo.
Ci sono sempre stati parlamentari arabi nella Knesset sin dal 1949, quando in Israele si tennero per la prima volta elezioni. Qualunque siano le carenze nel trattamento degli arabi in Israele, lo si può sempre paragonare al trattamento degli ebrei nelle terre arabe. Ma è impossibile farlo. Perché nessun ebreo vive più nelle terre arabe: ne restano cinque in Egitto, dieci in Siria, una ventina in Libano e nessuno in Giordania, solo per restare ai vicini d’Israele (dall’Algeria all’Iraq, di ebraico restano solo vecchi cimiteri). “La prima cosa da dire sulle elezioni di martedì in Israele è quella che solitamente viene menzionata meno: il fatto stesso che si tengano” scrive Bret Stephens nel New York Times. “Sono elezioni competitive, legittime, che si svolgono secondo i tempi previsti e che offrono la concreta possibilità di scalzare un leader in carica molto potente.
E’ qualcosa che non si può dire dell’Autorità Palestinese sotto la presidenza di Mahmoud Abbas, eletto nel 2005 per un mandato quadriennale e che da allora ha sempre evitato di indire nuove elezioni. Lo stesso vale per Hamas, che dopo aver vinto le elezioni legislative palestinesi nel 2006 ha mosso guerra ai propri avversari politici interni, governando attraverso la paura. E’ una considerazione che non si può applicare nemmeno all’Egitto, il cui presidente è salito al potere con un colpo di stato nel 2013 e ha vinto un’‘elezione’ l’anno successivo con il 97 per cento dei voti; né alla Turchia, il cui presidente si mantiene al potere incarcerando rivali politici e giornalisti indipendenti che risultano scomodi; né alla Giordania, una monarchia dinastica repressiva; né al Libano, il cui governo parlamentare non è in grado di far valere la propria autorità contro Hezbollah e i suoi mentori a Teheran”.
I pro Pal rispondono: “Ma i palestinesi non possono votare in Israele”, argomento implicito per l’annessione di Gaza e Cisgiordania. Martedì, gli arabi di Gaza e Cisgiordania (e tutti i loro utili idioti occidentali, dai melancionisti alla relatrice molto speciale) hanno guardato i loro fratelli in Israele votare in massa. E si sono ricordati dell’ultima volta in cui hanno potuto farlo anche loro, vent’anni fa. Ma quelli dell’“apartheid israeliana” continueranno a dire che, anche questo, è colpa degli ebrei dal fiume al mare, i suprematisti democratici.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
