Esteri
L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO •
Il sogno dell’unità nazionale per Israele
L’unità nazionale attorno alla bestia nera chiamata Netanyahu sarebbe un colpo decisivo allo spirito antigiudaico prevalente nella compagine umanitaria di ambiente Onu e in molti governi europei. Si può fare
29 OTT 26

Foto ANSA
La bestia nera di Israele e dell’umanità, quel Netanyahu che ogni anima bella di passaggio descrive e si racconta come un criminale, è il capo del primo partito, della coalizione che ha più voti, e malgrado le intricate peripezie del proporzionalismo purissimo del suo paese, malgrado la funzione di cerniera congelata esercitata da due liste di partiti arabi nel paese dell’apartheid, l’unico luogo mediorientale dove un arabo può vivere libero, malgrado tutto potrebbe restare il primo ministro di Israele e finire la guerra dei sette fronti, primo fra tutti quello iraniano, mettendo in relativa sicurezza Israele e dando un po’ di respiro al suo popolo oppresso dalle conseguenze del 7 ottobre 2023, un pogrom, e dalla minaccia nucleare iraniana, minaccia di genocidio, quello vero.
Questa situazione politica e di stato, per molti di noi ovvia e prevedibile, e anche auspicabile, salvo l’urgenza di riflettere su un legame di unità nazionale da ricostruire per rovesciare la vergognosa equiparazione di Israele al colonialismo e al nazismo che dilaga nel mondo benpensante, con il corteggio di nuovo antisemitismo globale che implica, è affrontata con toni luttuosi da molti commentatori che avevano scommesso su una chimera: sostituire Netanyahu con Eisenkot per fare l’opposto di quello che ha fatto Netanyahu. Una chimera, perché se avesse vinto Gadi Eisenkot, persona degnissima da non giudicare con i toni da tifoseria usati dai suoi nemici per giudicare e dannare Netanyahu, se toccasse a lui fare il primo ministro, in diciotto mesi disarmerebbe Hamas nella Striscia di Gaza, e non con la moral suasion, e dovrebbe tenere alta la guardia, come promesso, sugli altri sei fronti dell’accerchiamento armato del suo paese, non riprendere il filo che porta alla formula due popoli due stati.
L’unità nazionale, ma solida, di ferro, frutto di un vero potente compromesso storico realizzato sotto la guida abile ed esperta di Netanyahu ma con un ampio spazio per i suoi alleati strategici, i nemici di oggi, consentirebbe anche di ricostruire una politica degli insediamenti non orientata a una improbabile e non desiderabile annessione dei territori occupati di Giudea e Samaria o Cisgiordania, insediamenti che nacquero con governi israeliani “di sinistra”, per usare la geopolitica deficitaria che si usa in questi casi, e forse autorizzerebbe l’avviare a soluzione la questione del servizio di stato degli Haredim, che sono obiettivamente nel loro diritto di obiettori, ma sono troppi e in un paese troppo duramente minacciato per pretendere una esenzione totale dal servizio militare. Il tutto per di più nella prospettiva di collegare la nuova diplomazia israeliana nel Golfo e presso i grandi paesi sunniti coinvolti o sfiorati dai patti di Abramo con l’assetto di quel che resta dell’esperienza e della realtà politica della popolazione palestinese dopo la vittoria nelle loro file di Hamas, del jihadismo e delle pratiche di autocrazia e corruzione che sono l’unica alternativa, non una grande alternativa, al fanatismo nichilista. L’unità nazionale sarebbe un colpo decisivo allo spirito antigiudaico prevalente nella compagine umanitaria di ambiente Onu e in molti governi europei, primo fra tutti purtroppo quello britannico, e l’immagine di un Israele capace di ridarsi un’ossatura conflittuale e democratica ma non rancorosa in quel modo devastante che abbiamo visto all’opera nelle questioni della giustizia e sul tema drammatico degli ostaggi sarebbe in sé una svolta felice per i milioni di ebrei del paese e per gli altri della Diaspora, tutti in diritto di essere rispettati e giudicati fuori dagli stereotipi grotteschi e diabolizzanti invalsi dopo il 7 ottobre e la sacrosanta risposta di Gaza e delle altre guerre ancora non completate.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
