Hummus e acini d’uva con la leader dei repubblicani a Los Angeles

In una villa di Beverly Hills, tra palme, Bentley e signore preoccupate per l’arrivo dei “comunisti”, abbiamo incontrato Roxanne Hoge, la leader dei repubblicani di Los Angeles. Trump non si nomina, si guarda al futuro e si preparano le strategie per fermare i socialisti. La parola d’ordine è votare, anche quando il candidato non entusiasma


29 OTT 26
Immagine di Hummus e acini d’uva con la leader dei repubblicani a Los Angeles

(Foto Getty)

Los Angeles. Terra di Prius, di star engagé, terra di Kamala Harris e di Angela Davis. Essere repubblicani a Los Angeles vuol dire essere minoranza. Anche se, dice al Foglio la capa del Partito repubblicano di Los Angeles, Roxanne Hoge, “abbiamo oltre un milione di persone registrate nella contea, dobbiamo portarle a votare! Abbiamo i numeri per vincere!”.
Incontriamo Hoge in una villa privata di Beverly Hills. Davanti c’è una Bentley, palme altissime. Siamo a due passi dallo storico hotel dove Elizabeth Taylor ha fatto sei delle sue lune di miele. I ragazzini in polo bianca tornano da scuola con le Waymo. Hoge ha preparato dei fogli con le indicazioni di voto, che vanno dal municipio al congresso, fino agli sceriffi e alle school board, da far vedere alle persone che verranno a questo evento dove porti la scheda elettorale da compilare e spedire. “Anche se qualche candidato ci fa ribrezzo, bisogna ricordarsi che l’alternativa è peggiore”. Hoge vuole combattere la retorica che votare a destra in California sia inutile, “è come smettere di fare la dieta se dopo tre giorni non si vedono i risultati, bisogna andare avanti”, dice, usando, un parallelo ideale per l’audience che ha davanti: signore di Beverly Hills preoccupate per l’arrivo dei comunisti a Los Angeles.
“Questa è un’elezione importantissima, la più importante dei prossimi anni”, dice una di loro, pensando a chi rimpiazzerà il governatore Gavin Newsom, e a chi sarà il sindaco, o meglio, la sindaca. Da una parte l’uscente democratica Karen Bass, dall’altra la socialista – già bollata come la Mamdani della West Coast – Nithya Raman. “Quindi dobbiamo votare Bass?”, dice con una smorfia una di loro. “No!”, risponde col sorriso Hoge, “dobbiamo votare contro Nithya!”. “Non è meglio non votare?”, chiede una. “No, perché poi vincono i peggiori”. E una delle altre ospiti dice: “Sono socialisti che vuol dire comunisti, e il comunismo porta solo povertà”. E ci sono indicazioni del partito per non votare i socialisti-dem che, dice Hoge, “sono come zecche, si infilano nelle istituzioni per cambiarle”. E quindi, “a volte meglio votare per un democratico che per un socialista”.
“Non si nomina Trump” potrebbe essere la colonna sonora negli incontri tra i conservatori dell’ovest. La stessa Hoge, che ha un passato da attrice – puntate di “Csi” e “Willy, il principe di Bel Air”, ma anche film con Jack Nicholson – dice di aver puntato sul cavallo sbagliato quando nel GoP c’era ancora spazio per evitare il trumpismo, e cioè sul senatore Ted Cruz, che per un periodo era in vantaggio sull’allora tycoon televisivo. E così “non si nomina Trump”, ma si guarda al futuro. “Ci sono tantissime figure, persone preparate e intelligenti tra cui scegliere”, dice per l’èra post Maga, e lei, che viene dalla Giamaica – “ho parenti lì che vedono Cuba dalla finestra” – lascia intendere una certa passione per il segretario di stato Marco Rubio, “sarebbe una bellissima storia americana, il figlio di immigrati che diventa presidente”. Un’altra signora in tuta fucsia, venuta per capire chi votare, è “preoccupatissima dopo le elezioni in Brasile, dato che sono venezuelana”.
All’evento si mangiano panini con insalata di pollo, hummus e acini d’uva senza semi e si beve San Pellegrino. Ospitano la figlia di un magnate del retail di scarpe, che ha aperto una sua bakery, e un noto dentista che ha lo studio a pochi metri da Rodeo Drive, hub dei chirurghi plastici. Per il post Trump, dice Hoge, i repubblicani devono mostrare di avere gli attributi, e ricordarsi che “in fondo Trump è stato un moderato”. Hoge è disgustata dall’idea della tassa per miliardari di cui si parla in California – “ha senso solo per le persone che non hanno idea di come funzioni il free market”– e spiega che Newsom è stato terribile, “senza spina dorsale”, che ha agito solo “guardando alla presidenza, che non otterrà nel 2028, perché è facile essere i democratici vincenti in California, ma non nel resto del paese. Ha la mascella di vetro, non si è mai preso un pugno in faccia. L’abbiamo visto con Harris”. Ci dice che i dem non sono riusciti ad arginare i socialisti, perché erano “ubriachi di potere, mentre noi del Gop californiano siamo riusciti a cacciare figure antisemite ed estremiste. E adesso i democratici stanno chiedendo il nostro aiuto per liberarsi della sinistra radicale, vogliono il nostro aiuto”. Raman vincerà? “Solo se i conservatori non votano, se mantengono una superiorità morale che non li porta alle urne, se pensano che la partita sia già finita”.