Trump si intesta anche le elezioni degli altri. Il risultato di Netanyahu? “Merito mio”

“Quando il presidente Trump ha dato il suo appoggio a Bibi, la marea è cambiata”, scrive il presidente americano su Truth. In Israele non c’è ancora un vincitore, ma alla Casa Bianca il merito è già stato assegnato, a una settimana dalle midterm. Il silenzio su Bolsonaro

28 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 09:59
Immagine di Trump si intesta anche le elezioni degli altri. Il risultato di Netanyahu? “Merito mio”

Su un autobus a Gerusalemme un manifesto della campagna del Likud co Netanyahu e Trump (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

In Israele si stanno ancora contando i voti, ma Donald Trump ha già deciso chi ha vinto: lui. Il presidente americano ha condiviso sul suo social network Truth un messaggio che attribuisce alla sua investitura il buon risultato di Netanyahu – che lui definisce una rimonta – nelle elezioni per la Knesset di martedì, le prime dal 7 ottobre 2023. “Quando il presidente Trump ha dato il suo appoggio a Bibi Netanyahu, la marea è cambiata”, si legge nel post, che cita un certo Irving C. Schwartz. “E ora, invece di una sconfitta netta per un grande primo ministro, sembra un pareggio in rimonta, o addirittura una VITTORIA per Netanyahu. Tutto è successo DOPO l’appoggio del presidente Trump, che vuole solo il bene del medio oriente, di Israele e degli Stati Uniti”.
Il problema è che la vittoria, per ora, non c’è. Secondo gli exit poll il Likud resta il primo partito, ma né il blocco di Netanyahu né quello di Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che guida la lista Yashar e chiede di mandare a casa il premier, arrivano alla soglia dei 61 seggi necessari per governare. E le formazioni arabe, con circa diciotto deputati, potrebbero diventare decisive.
Già martedì sera, sull’aereo di ritorno da un comizio in Texas, Trump aveva dato la sua lettura del voto: “Sento che è andato molto bene. È molto combattuto, molto bene. Quando è arrivato il mio appoggio, lo ha aiutato tantissimo”. 
Del resto era stato lo stesso Netanyahu a fare dell’investitura americana un argomento elettorale. Domenica, alla vigilia del voto, in un messaggio televisivo aveva detto che Trump ha portato “un’amicizia che non è mai esistita prima tra un primo ministro israeliano e un presidente americano”, e che “è difficile che avremo mai di nuovo un presidente così amico”. Poi l’appello: “Ha ancora due anni davanti, e vi chiede di votare per me”. I due sono stati in stretta sintonia per tutto il secondo mandato di Trump, fino agli attacchi congiunti contro l’Iran.
Il tempismo non è casuale. Martedì prossimo gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato, e per i repubblicani i sondaggi sono cupi: gli elettori disapprovano la guerra con l’Iran e si lamentano del costo della vita, i due temi su cui i democratici hanno costruito la campagna. Intestarsi una rimonta all’estero è un modo per raccontarsi vincente a casa.
Asimmetria notevole: domenica, in Brasile, Flávio Bolsonaro, il cui primo turno Trump aveva salutato come “una grande vittoria”, ha perso il ballottaggio contro Lula, e da allora è volato negli Stati Uniti. Di quella sconfitta, su Truth, non c’è traccia.