Trump ha reso l’alleato ucraino il suo capro espiatorio e al voto di midterm si comporta come Putin

Da diciannove giorni, il presidente sta dicendo agli americani che la colpa dei prezzi alti, in particolare di quelli del carburante, e degli arsenali vuoti è dell’Ucraina. Intanto in vista delle elezioni denuncia preventivamente brogli a suo danno e attira delatori con ricompense enormi
28 OTT 26
Immagine di Trump ha reso l’alleato ucraino il suo capro espiatorio e al voto di midterm si comporta come Putin

Foto LaPresse

Donald Trump ha trasformato l’alleato ucraino nel capro espiatorio dei suoi errori nella guerra contro l’Iran e della sua campagna elettorale nei sondaggi poco brillante e ora che il voto di metà mandato è alle porte si comporta come Vladimir Putin. La notte tra il 26 e il 27 ottobre ha offerto l’ultima dimostrazione del tragico voltafaccia del presidente americano – ogni notte, in realtà, potrebbe essere presa a esempio: di là dall’oceano, Trump sproloquia sul suo social Truth, da questa parte dell’oceano, nella capitale ucraina e in molte altre città e zone ucraine, Putin scarica centinaia di droni e decine di missili balistici imprendibili dalla difesa aerea di Kyiv, che aspetta invano gli intercettori Patriot di produzione americana. In questa notte insonne, a Kyiv è stato colpito un ponte che collega le due parti della città attraversata dal Dnipro, il campus di un’università e le zone circostanti. Morti, feriti, danni: l’escalation putiniana, cui contribuisce Washington con la sua strategia ostile all’Ucraina, s’accanisce su obiettivi civili, sui gangli della tenuta energetica e logistica del paese.
Trump, nei suoi sproloqui pomeridiani e serali, dal vivo e sui social, ha offerto un milione di dollari a chi segnala brogli contro il Partito repubblicano avvenuti nella scorsa elezione e in questa in arrivo in caso di arresto e condanna di chi ha fatto i brogli (un intercettore Patriot costa circa 4 milioni di dollari, giusto per prendere le misure delle priorità del presidente americano). L’Amministrazione Trump sta facendo molte pressioni sulle commissioni elettorali statali e su chi gestisce i registri elettorali, dicendo che bisogna ricostruire la fiducia pubblica nel processo elettorale, la stessa che le sue continue falsità, dal 2020 in poi, ha contribuito ad annichilire. Il problema per gli ucraini è che l’andamento di questa campagna elettorale ha fortemente condizionato la loro relazione con Trump, fino al collasso iniziato il 9 ottobre con la decisione americana di togliere le sanzioni sul diesel russo, e proseguito poi con la sospensione di altre sanzioni, con la manomissione della condivisione di intelligence, sul fronte e nelle città, con la richiesta di dimissioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, con il sabotaggio del programma di acquisto di armi Purl (gli europei pagano armi americane per consegnarle agli ucraini) e con varie altre proposte di affari al Cremlino.
Da diciannove giorni, Trump sta dicendo agli americani che la colpa dei prezzi alti, in particolare di quelli del carburante, e degli arsenali vuoti che rendono più complicate le operazioni militari in medio oriente è dell’Ucraina. Non è dato sapere se gli elettori gli stanno credendo: sono dieci anni che il trumpismo smentisce i sondaggi. Quel che si sa è che, secondo i dati riportati da Reuters e da alcuni istituti di ricerca, la produzione di diesel delle raffinerie russe è arrivata, nella seconda metà di ottobre, a circa 180 mila tonnellate al giorno, contro le 160 mila della prima metà del mese, mentre il consumo interno è scesa a 140 mila tonnellate, lasciando quindi circa un milione di tonnellate di diesel al mese disponibili per l’esportazione. Secondo i dati marittimi di Lsge e di Kpler, un cargo con bandiera maltese che trasportava 40 mila tonnellate di diesel è arrivato a New York, ma si tratta di un carico risibile: gli Stati Uniti hanno bisogno di 500 mila tonnellate di diesel al giorno, quindi un mese di produzione russa basterebbe per pochi giorni, e il cargo arrivato copre il fabbisogno americano di due ore. Secondo molte fonti, sono in viaggio almeno altre tre navi cariche di diesel e dirette verso gli stati Uniti, ma secondo anche quanto dichiarato da Zelensky, il contributo russo al fabbisogno di diesel è del due per cento sul totale: è per questa ragione che il prezzo del diesel non scende significativamente, come avrebbe voluto Trump.
Nel frattempo però la manovra elettorale del presidente americano ha fatto sì che molti più attacchi missilistici russi andassero a segno – cioè uccidessero persone e distruggessero obiettivi civili – in Ucraina, che le entrate russe, che alimentano la macchina da guerra di Putin, aumentassero, che il presidente russo, crogiolandosi in un inatteso bagno di nuova impunità, riprendesse i suoi giochi diplomatici su negoziati di una pace che non cerca e che non vuole, che il Pentagono si permettesse di non firmare l’invio di armi di difesa urgenti e imprescindibili per Kyiv di cui alcune già pagate dagli europei, che Elon Musk rallentasse i servizi dei suoi satelliti, compresi quelli pagati dagli europei (Starshield). Trump denuncia preventivamente brogli a suo danno, attira delatori con ricompense enormi, sventola la tregua annunciata da sua moglie Melania a Oleshky come la prova del successo del suo dialogo con Putin: sembra che gli evacuati dalla cittadina saranno mandati nella Crimea russa, non in Ucraina come chiede Zelensky, un’altra deportazione insomma, sotto gli occhi compiaciuti di un presidente americano che vuole vincere le elezioni di metà mandato.