Fatima Ouassak, la madre francese contro “l’estremo centro” coloniale

La militante delle banlieue considera legittima la violenza contro il sistema “bianco e razzista”. Vicina a Mélenchon, invoca la fine del divieto del velo a scuola e prepara con Alice Coffin una battaglia contro l’estrema destra e il centro politico in vista delle presidenziali del 2027

28 OTT 26
Immagine di Fatima Ouassak, la madre francese contro “l’estremo centro” coloniale

Fatima Ouassak (Eric Fougere/Corbis via Getty Images)

Parigi. Di fronte alle immagini dei saccheggi e delle devastazioni del 17 ottobre a Parigi, a margine della mobilitazione contro il caro-vita, Fatima Ouassak ha invitato coloro che vogliono rovesciare “l’ordine capitalista e coloniale” in Francia a evitare la trappola tesa dall’“estremo centro”, ovvero la divisione tra “i manifestanti gentili e inoffensivi” e i “casseur”, perché “facciamo tutti parte dello stesso schieramento”. Ecologista, femminista, anticapitalista, antirazzista: si definisce così Fatima Ouassak, la nuova maître à penser dell’estrema sinistra francese, la pasionaria delle banlieue multietniche contro il “sistema dominante”, “bianco” e “razzista” che governerebbe la Francia. “Quando il sistema dominante guarda i nostri figli, non vede dei bambini, ma delle minacce alla propria sopravvivenza: milioni di poveri, musulmani, neri, arabi che brulicano nelle scuole e nei licei dei quartieri popolari”, scriveva nel 2020 nel saggio “La Puissance des mères”. Il suo motto è “un piede nel quartiere, un piede nell’istituzione”, e se per entrarvi servono incendi e devastazioni è perché non c’è altra soluzione, dunque sono azioni “legittime”: la stessa retorica utilizzata dalla France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon, il partito della gauche radicale con cui condivide la maggior parte delle battaglie.
Lo scorso 4 ottobre, ospite di Radio Nova, la radio di quel Matthieu Pigasse che sogna di diventare il futuro ministro dell’Economia di Mélenchon, Ouassak ha ribadito il suo credo. “Sembra che lei abbia un rapporto molto rilassato con il fuoco”, le ha chiesto il giornalista di Radio Nova Guillaume Meurice. “Molto sereno”, ha confermato Ouassak. La sua fibra ribelle, dice a tutti, è legata alle origini. Ouassak è nata nel 1976 nel Rif, regione con una lunga storia di resistenza e rivolte contro le vecchie potenze coloniali, prima di emigrare a Lille quando aveva appena un anno, grazie alla legge sul ricongiungimento familiare di Valéry Giscard d’Estaing (il padre lavorava in Francia come operaio). A Lille fa Sciences Po, la scuola dell’eccellenza francese, ma sono “i peggiori anni” della sua vita, ha raccontato, perché “pochi studenti hanno voglia di lavorare con l’araba della classe”. Inizia a frequentare gli ambienti della sinistra decoloniale, legge e rilegge Frantz Fanon, il teorico del terzomondismo, e si avvicina al sociologo pro-pal Saïd Bouamama, uno dei coautori dell’Appello degli indigeni della Repubblica, al cui interno si legge: “La Francia resta uno stato coloniale!”. Dal 2005 al 2011, milita nel Partito degli indigeni della Repubblica, fondato dall’antisemita Houria Bouteldja, che si fece fotografare accanto a una sedia con su scritto “Sionisti nei gulag!”, dopo aver detto che “gli ebrei sono gli scudi, i tiratori scelti della politica imperialista francese e della sua politica islamofoba”.
Nel 2016, Ouassak fonda il Fronte delle madri, il primo sindacato dei genitori delle periferie in Francia, nel cui manifesto si afferma che la scuola francese prepara i bambini neri, arabi e musulmani “a rassegnarsi a ricoprire i ruoli più precari”. Lfi, con cui è alleato il suo compagno Youcef Brakni, portavoce del Comitato Adama, è una speranza in vista delle presidenziali del 2027. E Mélenchon, in caso di vittoria, deve subito stracciare la legge del 2004 che vieta il velo nelle scuole pubbliche, ma anche dare la cittadinanza a tutti i sans-papiers, secondo Ouassak. Con la femminista radicale Alice Coffin, ha appena pubblicato “Le Camp du bien”, un manuale di lotta contro “l’estrema destra” e “l’estremo centro”. Nel 2027, promettono le due autrici, “non ci limiteremo a opporre resistenza, travolgeremo tutto”. Grazie a Mélenchon.