La speranza di David Grossman e la "pace" che coincide con la fine di Israele

Lo scrittore spera che un cambio di governo nello stato ebraico possa arginare l'antisemitismo, ma l'odio precede il 7 ottobre. E la pace non dipende solo da Gerusalemme: senza un interlocutore disposto a rinunciare alla distruzione degli ebrei, la speranza rischia di diventare un'illusione
27 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:49
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Associated Press/LaPresse

David Grossman su Repubblica parla di “un’ultima possibilità” per Israele di scegliere la speranza invece della spada, la democrazia liberale invece di Sparta (anche Atene fu difesa dalla spada), il dialogo invece della disperazione. Commovente, come quasi tutto ciò che Grossman scrive. Ma un’ultima possibilità per cosa?
La storia degli ultimi trent’anni non è un dialogo interrotto da governi israeliani cattivi. E’ la storia di generosissime offerte (Camp David, Taba, il piano Olmert) rifiutate e trasformate in piattaforme per ulteriori rivendicazioni (il 7 ottobre Hamas fece fuori anche i volontari che portavano i palestinesi a curarsi in israele). Sperare che un nuovo governo a Gerusalemme sblocchi da solo questa dinamica significa attribuire a Israele un potere miracoloso di trasformazione del mondo islamico che non ha e che nessuno stato ha mai avuto. (segue a pagina quattro)
Ancora più fragile è il legame che David Grossman stabilisce tra le politiche israeliane e l’esplosione di antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti. Grossman spera che un cambio di governo a Gerusalemme riduca quell’odio, “almeno in parte”. Ma l’antisemitismo non era in sonno negli ultimi vent’anni, si era spostato dai pulpiti di moschee e delle chiese ai cortili universitari, dalle sezioni di partito alle banlieue alle chat di Telegram, dai protocolli dei savi di Sion alle teorie dell’Onu sul “genocidio”. Si erano già visti i pogrom in Francia (2012) e le sinagoghe incendiate in Svezia (2017), i musei ebraici mitragliati a Bruxelles (2014) e le aggressioni per una kippah a Berlino (2016).
Il 7 ottobre ha solo funzionato da acceleratore. Ha tolto le ultime inibizioni a chi già considerava gli ebrei, in quanto collettività politica, colpevoli di esistere. Grossman confonde il pretesto con la causa. Quanto al rifiuto di credersi condannati a vivere di spada è comprensibile per chi ha perso un figlio in guerra e continua a credere nella pace. Ma Grossman rischia una forma di autoillusione: che fare con chi pensa che la pace coincida con la fine di Israele? Israele è ancora una grande democrazia liberale (l’unica da Madeira all’India). Ma non può, da solo, decidere la conclusione di un processo che richiede un interlocutore disposto a rinunciare al suo progetto di eliminazione. Finché quell’interlocutore non esiste in forma politicamente rilevante (e nei territori palestinesi non si vota dal 2006, golpe di Hamas inclusi), l’ultima possibilità di Grossman rischia di essere l’ultima illusione: quella di poter scegliere la pace senza che l’altro scelga di abbandonare la guerra.