Tel Aviv, dalla nostra inviata. L’immagine della bomba atomica su Tel Aviv, l’economia israeliana da riconvertire alle criptovalute per fronteggiare le sanzioni internazionali, l’allarme sugli “anarchici di sinistra” che vogliono sabotare il voto. Il primo ministro Benjamin Netanyahu parla, spara e gli israeliani che lo ascoltano si dividono fra chi lo vede ormai annebbiato, impaurito, stanco, anche fisicamente – alcuni lo sottopongono al trattamento Biden, osservano il suo modo di camminare alla ricerca di un crollo mentale – e chi, invece, ritiene che la nebbia sia apparente e Netanyahu parli da leader che conosce il suo paese, fa piani e politicamente sbaglia di rado. I sondaggi non lo premiano ma non lo affossano, Netanyahu gode del prestigio che gli dà essere rimasto il centro della campagna elettorale, il premier da salvare o da abbattere, tutto in questi mesi di dichiarazioni è ruotato attorno a lui, alla sua storia, alla sua persistenza, ai suoi scandali, al suo 7 ottobre. Ha rifiutato i dibattiti con gli oppositori, nonostante nell’arte oratoria sia rimasto il migliore, ha continuato a fare come se le elezioni non lo disturbassero, fino a quando, secondo le esclusive del giornalista israeliano Barak Ravid, non si è rivolto al capo della Casa Bianca per chiedergli un sostegno più sostanzioso.
E il secondo messaggio di sostegno è arrivato ieri, quasi un telegramma che pareva scritto a Gerusalemme. Ravid parla continuamente con Trump e con la sua Amministrazione, qualcuno lo chiama il “portavoce ombra” della Casa Bianca: se sa, è perché da Washington vogliono che le notizie, non sempre vere, e i messaggi escano, e qualcuno ha quindi voluto far sapere che Bibi ha “supplicato” Trump per un sostegno più deciso. Scrive Ravid che negli Stati Uniti la richiesta di Netanyahu è stata accolta come un segno di disperazione. Tutto va preso con calma, la nebbia preelettorale di Bibi non è un’eccezione.
Ancora lui, sempre lui. A ridosso del voto tutto parla di Netanyahu, soltanto di Netanyahu. In una campagna elettorale ossessionata dal primo ministro, era naturale che i suoi oppositori tentassero di presentarsi come il suo opposto. Soltanto uno ci è davvero riuscito, ed è quello che, secondo i sondaggi, sta andando più lontano. Gadi Eisenkot fa promesse specifiche e sembra l’uomo progettato per sfidare il premier. Eisenkot non ha carisma, parla se proprio deve, non intrattiene, non sa fare discorsi in pubblico, indossa giacche che sembrano troppo larghe, cucite addosso a qualcun altro. Non è capace di parlare per slogan. Non viene dall’élite, contrariamente al primo ministro, è di Eilat, nel sud del paese, è di origine mizrahi, orientale, e, se diventasse primo ministro, sarebbe il primo dopo una storia di premier di origini europee. Ha l’eccezione scritta nel Dna, sembra disegnato per vestire i panni della nemesi del primo ministro, per mostrarsi in discontinuità non ha bisogno di inventarsi nulla: anche il figlio ucciso mentre era soldato a Gaza è il controcanto dolorosissimo al premier che ha tenuto i suoi figli lontani dall’esercito mentre tutto Israele andava ad arruolarsi – non avevano importanza il rango, la provenienza, erano i giorni in cui il paese si muoveva come un blocco unito. Netanyahu non ha seguìto quel blocco. L’unità non è durata per sempre e dalle diversità è emerso Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che ha concentrato la sua intera malizia nel nome del suo partito: Yashar! Giusto, dritto, onesto, con un punto esclamativo finale di richiamo, un accento sui processi del premier e la sua incapacità di ammettere i suoi errori. Ieri l’ex capo di stato maggiore ha scritto su X: “Netanyahu, i miei occhi sono su di te. L’uomo durante il cui mandato si è verificata la più grande catastrofe nella storia del paese si rifiuta di comprendere che la sicurezza di Israele non è un giocattolo politico, le vite dei cittadini israeliani e dei soldati non sono da buttare via. Io ripongo piena fiducia nel capo di stato maggiore Eyal Zamir e nei comandanti che agiscono con responsabilità professionale e impegno totale per la sicurezza dello stato”. Eisenkot parlava delle indiscrezioni secondo le quali il premier avrebbe tentato di far ripartire la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran prima del voto di oggi e il capo di stato maggiore, Zamir, lo avrebbe contestato. “Gli israeliani porranno fine al governo dell’anarchia e ristabiliranno le responsabilità, lo stato, la sicurezza di Israele”. Ieri anziché delle ultime dichiarazioni dei candidati, la stampa israeliana ha parlato di guerra, di chi era per farla subito, come il capo del Mossad, e chi per attendere.
Quando domenica sera Eisenkot ha tenuto il suo ultimo comizio a Tel Aviv ha ripetuto più volte la parola “responsabilità”. Ha promesso che, qualsiasi cosa accadrà nel paese, lui se ne assumerà sempre la responsabilità e, mentre attorno a lui i suoi elettori ballavano e sventolavano bandiere israeliane, del partito e della brigata Golani in cui Eisenkot ha iniziato la sua carriera militare, ha riso del premier che pure nel 2014 lo aveva nominato capo di stato maggiore. Eisenkot ha dato a Bibi dell’isterico, ha sbeffeggiato le parole sulla bomba atomica, sull’economia riconvertita alle criptovalute. Ha riso senza mai ridere, con il volto rotondo, accogliente, impassibile, con gli occhi che nel profondo conservano sempre un velo di soddisfazione e sorpresa. Ha concluso con la promessa necessaria ma spericolata di non fare mai un governo di unità nazionale con Netanyahu, che chiede due anni per finire il lavoro contro l’Iran. E’ un corpo a corpo, c’è chi spera possa finire in un abbraccio.