Tajani si infila all’ultimo a Istanbul, ma sulla Libia decide Erdogan

Il ministro degli Esteri in extremis fa aggiungere una sedia al vertice in Turchia, dove si attendono anche Haftar e Zoubi per unificare le forze militari della Libia. I giochi ora li detta Ankara
24 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 06:11
Immagine di Tajani si infila all’ultimo a Istanbul, ma sulla Libia decide Erdogan

Tajani con il suo omologo turco Fidan ieri a Istanbul

 Ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani è volato a Istanbul, dove è riuscito a farsi includere all’ultimo minuto in una riunione organizzata da turchi e tedeschi per discutere delle grandi crisi internazionali – dall’Ucraina allo Stretto di Hormuz passando per Gaza. Il sito del ministero degli Esteri turco non menzionava l’Italia tra i partecipanti e anche Reuters parlava del coinvolgimento del gruppo degli E3, che include solo Francia, Germania e Regno Unito, insieme agli R4, Turchia, Pakistan, Egitto e Arabia Saudita. Alla fine, la Farnesina ha fatto aggiungere una sedia, e Tajani ha partecipato alla riunione.
A fare da contraltare al “vengo non vengo” italiano c’è invece la centralità diplomatica del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro Fidan, freschi di vittoria politica conseguita con la ratifica del memorandum sulle frontiere marittime, martedì scorso, con la Libia. Al momento in cui questo giornale va in stampa, non si ha ancora conferma di un incontro in Turchia fra Saddam Haftar, vicecomandante generale dell’est, e Abd Alsalam al Zoubi, viceministro della Difesa di Tripoli. Fonti del Foglio confermano l’indiscrezione rilanciata dall’agenzia di stampa libica Fawasel su un vertice imminente da tenersi venerdì e alla presenza di Erdogan in persona, per dare la propria benedizione a un accordo per unire le Forze armate dell’est e dell’ovest con quartier generale a Sirte e con l’assistenza e l’addestramento dei militari turchi. “Forse ottobre porterà di nuovo alla nostra patria l’inizio di una fase che volterà pagina sui capitoli della divisione, aprirà le porte del consenso e ridonerà la speranza di una transizione verso un futuro in cui la volontà nazionale si unifichi e gli sforzi convergano per una Libia unica, sicura e stabile”, si è augurato ieri Saddam su X.
“Lo scopo della Turchia è quello di prendere in mano il progetto di unificazione del paese per dimostrare agli americani che qualsiasi progetto di pacificazione fra l’est e l’ovest della Libia passa da loro”, spiega al Foglio una fonte libica. “Ma gli sforzi della Turchia di convincere il premier Abdulhamid Dabaiba a trovare un accordo con Haftar sono molto difficili. Dabaiba non si fida”, ci spiega Karim Mezran, direttore dell’Iniziativa Nord Africa del centro studi statunitense Atlantic Council. In effetti, Dabaiba avrebbe deciso di declinare l’invito rivolto dal capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, che aveva incontrato il premier libico a Tripoli quattro giorni fa, delegando Zoubi per incontrare Haftar. Ieri, Mohamed al Menfi, presidente del Consiglio presidenziale e sulla carta il capo delle Forze armate dell’ovest, ha diffuso un documento che diffida Zoubi dal firmare qualsiasi accordo di unificazione senza prima consultarsi a Tripoli. E Dabaiba, parlando con i notabili di Zawya, nell’ovest della Libia, ha assicurato che non intende firmare nessun accordo.
Intanto, gli americani restano in silenzio a proposito del memorandum sui confini marittimi siglato tra Libia e Turchia – nonostante la rabbia tra gli alleati europei e israeliani continui a montare – ma sono vigili su quello che più importa all’AmministrazioneTrump: la stabilità economica del paese. Giovedì il Parlamento dell’est a sorpresa ha approvato le dimissioni presentante del governatore della Banca centrale libica, Naji Issa, addirittura ad agosto. All’epoca non erano state accettate, ma appena Issa, sei giorni fa, ha diffuso i dati che dimostravano che gran parte degli introiti dal petrolio incassati dalla National Oil Company non erano stati versati nelle casse della Banca centrale ed erano spariti, è stato fatto fuori. Il dipartimento di stato americano si è detto “turbato”, perché l’unificazione della Libia, prima di essere militare e politica, nei piani di Washington doveva essere economica.
Tra un fallimento negoziale dietro l’altro, l’Italia resta in silenzio e anche ieri, dalla Turchia, non si è levato un solo messaggio riguardante la Libia. “La diplomazia italiana ha sbagliato quando aveva l’occasione di sostenere Tripoli e di includere Haftar in moto paritario”, dice Mezran. “Ha deciso invece di non sedere ai tavoli negoziali e ora regna la confusione”.