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ELEZIONI IN SERBIA •
Gli elettori fantasma e il patto con Dodik. Le ombre sul voto in Serbia
Il numero di elettori corrisponde quasi perfettamente al numero di abitanti e la revisione dei registri arriverà soltanto dopo il voto. L’ong Crta denuncia migrazioni elettorali organizzate, controlli ostacolati e un’impunità che protegge il potere di Vučić
24 OTT 26

“Desidero ringraziare il presidente Trump e il presidente Putin, la loro vittoria ha dimostrato che gente come noi poteva vincere delle elezioni”. “Ringrazio il premier slovacco Robert Fico e Milorad Dodik per essere con noi. Grazie anche a Vladimir Putin, che come ben sapete, si augura la vittoria della nostra gente alle elezioni”. Queste due frasi sono state pronunciate a dodici giorni di distanza da Milorad Dodik, il vincitore de facto delle elezioni in Republika Srpska –la sottoentità serba della Bosnia, ndr.– e Aleksandar Vučić. Un sodalizio che va avanti da più di 20 anni e che ha rappresentato la garanzia della sopravvivenza politica dei due leader nazionalisti di Banja Luka e di Belgrado.
Un patto che oggi si rinnova e che getta ombre inquietanti sul voto di domenica prossima in Serbia. Infatti, la commissione elettorale centrale ha certificato in maniera ufficiale che in Serbia il numero di elettori corrisponde quasi perfettamente al numero di abitanti. Una storia inquietante, che getta ombre sulla regolarità del voto del 25 ottobre prossimo. Un problema di cui Dodik è corresponsabile: infatti, insieme a quel dato, la settimana scorsa il ministero dell’Interno serbo ha annunciato di aver rilasciato 235mila carte d’identità fra maggio e settembre. Un trend che non è stato seguito dalle liste elettorali, e che configura l’esistenza di un registro di elettori “fantasma”, provenienti in maggioranza dalla Bosnia e politicamente vicini a Vučić. Non è un caso che nella manifestazione di SNS –il partito di governo–, ci sia stato un numero spropositato di cori per la Republika Srpska e Ratko Mladić. Dodik era presente sugli spalti, nella grande città più vicina al confine bosniaco.
“Il problema maggiore del processo elettorale in Serbia è l’impunità: per tutte le irregolarità commesse nel corso degli anni, abbiamo una sola condanna, per il componente di un seggio elettorale che ha aggiunto una sola scheda”, dice Ivan Đurić, di Crta, un’ONG che si occupa di trasparenza del sistema elettorale. “Mancano condanne per le migrazioni elettorali, per l’acquisto sistematico di voti e per le pressioni sugli elettori. La Corte Costituzionale ha persino ammesso che non si ha indagato sul 2023 perché quel voto è un argomento politicamente sensibile”. Membri di Crta sono stati accusati dalla nuova presidentessa della Repubblica, Ana Brnabić, di fare campagna per una “rivoluzione colorata” di tipo ucraino. Non sono gli unic bersaglii: nel corso degli anni, questa accusa è stata mossa contro ONG analoghe e media indipendenti. Su Crta, nell’ultimo mese, sono stati pubblicati nella stampa serba 275 articoli: l’85% erano scritti da media vicini al Governo e ne parlavano in modo negativo.
“Nel 2023, Crta ha documentato “migrazioni organizzate” di elettori, realizzate attraverso la manipolazione dei registri elettorali”. Per rispondere al problema, la comunità internazionale ha creato una commissione per rivedere i registri elettorali e capire quanti fantasmi e quanti morti votino in Serbia. La data di pubblicazione del primo report? Il 28 ottobre, tre giorni dopo il voto. “Il Governo non ha permesso alla Commissione di accedere agli atti per fare il proprio lavoro. E quindi, non sappiamo quanti morti votino e quante cittadinanze siano state date in maniera pretenziosa”, afferma Đurić. Le pratiche più diffuse sono le convocazioni per persone decedute, ma anche lo spostamento di elettori nei distretti più contendibili del Paese. In questo modo, l’opposizione in Serbia non governa nemmeno in un comune.
Quando gli chiediamo le soluzioni, Đurić sostiene che la cosa principale sarebbe permettere agli enti regolatori di fare il proprio lavoro: “La Rem, la commissione dei Media Elettronici [l’Agcom serba] non vigila abbastanza sull’imparzialità dei media”, afferma. “La Commissione elettorale repubblicana, invece, è composta da un membro per ogni partito candidato alle elezioni. Il Governo, per tenerla buona, fa raccolta firme per permettere a microformazioni di candidarsi. Queste liste hanno meno di 1000 voti, magari, ma nella Commissione hanno diritto di voto esattamente come gli altri partiti”.
Nel mentre, Vučić non resta con le mani in mano: il 21 ottobre ha dichiarato che “qualunque sia l’esito del voto, io lo accetterò subito dopo la pubblicazione dei risultati, e non mi metterò a piagnucolare”. Il rischio, in un contesto di squilibrio e di violenza politica come quello serbo, è quello di un post-voto estremamente agitato.