L’attentato in Cisgiordania compatta per un giorno la politica di Israele

Il piano degli attentatori e la reazione. Ritratto fra politica e sicurezza del paese che al voto non guarda agli estremi

23 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:33
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Ramla, dalla nostra inviata. Hamouda e Firas Jua’ba erano diretti verso la strada 35 nella loro auto, armati di un fucile d’assalto e di una pistola. Arrivati all’incrocio di Yehuda, all’ingresso della città di Hebron, hanno aperto il fuoco contro il posto di blocco, uccidendo due soldati israeliani prima di essere eliminati. Secondo l’esercito israeliano e i servizi di sicurezza i due palestinesi pianificavano un attacco più ampio, volevano arrivare alla strada 35 per aprire il fuoco contro i civili ma, capendo che non avrebbero mai oltrepassato il posto di blocco, hanno cambiato i loro piani. Sono stati uccisi dopo venti minuti di sparatoria, mentre tentavano di fuggire. Nell’auto è stata trovata una grande quantità di munizioni, i due terroristi avevano fatto grandi preparativi, erano legati a Hamas, ma non si sa ancora quanto potesse essere estesa la pianificazione dell’attentato. 
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato la chiusura della città di Hebron e il blocco dell’accesso e dell’uscita dalla Cisgiordania: “Daremo la caccia ai terroristi di Hamas e a coloro che li inviano. Non avete nessun posto dove nascondervi”. Mancano tre giorni al 27 ottobre, i candidati si sono urlati contro di tutto, si sono accusati, hanno fatto prove di coalizione, poi le hanno sfasciate, si sono fatti promesse e hanno già iniziato a colpirsi alle spalle ma oggi, dopo l’attentato alle porte di Hebron e la decisione di Netanyahu di sigillare le regioni di Giudea e Samaria, nessuno ha contestato. Ci sono episodi che non entrano nella campagna elettorale, in cui Israele si unisce e non fa politica. Ci si affanna a dire che si tratta di un voto esistenziale, ma la frase abusata tante volte nel corso della politica israeliana sembra perdere intensità in una campagna elettorale che fino a questo momento è stata afona e noiosa, dominata dalla figura ingombrante del primo ministro Netanyahu e da una parola che nessuno contesta: sicurezza. Non esiste la formula giusta e il paradosso di questa elezione sta tutto nel dibattito e, mentre la stampa internazionale si affanna per mostrare il volto arcigno di Israele, la verità è che fra i litigi a distanza dei candidati, in cui nessuno ha osato sfidare le roccaforti dell’altro, il gioco democratico ha spostato l’interesse degli elettori al centro. “Dopo il 7 ottobre e tre anni di guerre gli israeliani hanno rimesso al centro la sicurezza”, dice al Foglio Shmuel Rosner, analista del Jewish people policy institute. “Hanno assunto un approccio più aggressivo sulle questioni che riguardano la difesa attuale e futura, sostengono misure più severe per garantire la sicurezza, su questo fronte si sono spostati a destra”. Ma dire che la sicurezza in Israele sia una questione di destra cancella parte della storia della sinistra israeliana che oggi si è assottigliata, si è rimpicciolita dentro i Democratici di Yair Golan, mentre Yair Lapid, ex leader di Yesh Atid, ha scelto di mescolare il suo partito e farne uscire un esperimento assieme a Naftali Bennett, accettando le condizioni di un movimento di centrodestra. “Da una parte sta l’ideologia – dice Rosner – dall’altra invece c’è la questione politica e ci racconta che l’attuale coalizione di governo di destra fatica a imporsi su un’opposizione centrista. Nonostante l’attenzione per la sicurezza sia aumentata, dai sondaggi gli israeliani sembrano più propensi a spostarsi al centro, verso una destra molto diversa da quella che governa ora”. La democrazia israeliana è litigiosa, il dibattito è aspro, ormai ha assunto dei toni spesso spregevoli, ma i cittadini che pure vivono nelle loro divisioni, che detestano l’uno il blocco politico dell’altro, che fanno sfoggio o della loro fedeltà al premier, come un commerciante al mercato di Ramla che ne espone il ritratto sulla bancarella in cui vende biancheria intima, o della loro stizza nei suoi confronti, hanno già affrontato molte elezioni definite vitali, con cambi da sinistra a destra e anche oggi “dai sondaggi capiamo che stanno cercando una nuova direzione”.
Un paese raccontato sempre attraverso i suoi estremi sta guardando al centro, un posto mostrato tra fervore religioso, soldati armati, dibattiti sul significato di “sionismo” mostra stanchezza per l’eterna resa dei conti e la formula magica esiste, lo sanno tutti, anche se serviranno dei paletti che vengono invocati mentre si sussurra “memshelet achdut”, che vuol dire governo di unità nazionale. “Viviamo dentro a una situazione irrisolta da prima del 7 ottobre, durante le manifestazioni contro questo governo gli israeliani si sentivano veramente in una lotta per l’identità nazionale. C’è un po’ di esagerazione, anche isteria, ma in parte è vero, i cambiamenti sono molti. Accetterebbero un governo di unità nazionale, ma a patto che esca Netanyahu dalla scena”. Sempre lui, torna sempre, capace di trasformare da anni un’elezione in un referendum.