Esteri
l'intervista •
Felice, violenta e fraintesa. Uno sguardo all'America latina, oltre il realismo magico
L'economista Daniel Schteingart racconta i paradossi di una regione che ha conquistato benessere e libertà, ma fatica a crescere e a costruire istituzioni solide. Dal Brasile di Lula all'Argentina di Milei, che ha ridotto l'inflazione ma sta impoverendo il tessuto produttivo. Perché mettere in ordine i conti non basta a garantire lo sviluppo

Buenos Aires. "Quando si guardano i dati, si scopre una regione in chiaroscuro", afferma Daniel Schteingart, sociologo argentino, direttore dell'area Sviluppo economico della fondazione Fundar. In Italia fiorisce un genere giornalistico che riduce l'America latina ad Amazzonia, rivoluzioni e serie Netflix sul narcotraffico. Schteingart ne propone una lettura diversa, a partire dai numeri. In questa intervista con il Foglio parla del voto in Brasile, del bilancio di Milei e di ciò che la regione può insegnare al mondo in materia di sviluppo economico.
Domenica il Brasile va alle urne e Lula rischia la sconfitta, nonostante una gestione economica solida. Ha strappato alla povertà 30 milioni di persone e tra il 2003 e il 2025 il pil pro capite è cresciuto del 40 per cento in termini reali, eppure una parte della nuova classe media abbraccia la teologia evangelica della prosperità e il culto dell'impresa individuale. È vittima del proprio successo?
Lula ha governato l'economia in modo più che dignitoso: crescita, disoccupazione in calo, redditi reali in aumento, povertà in ritirata. Ma nel suo ultimo mandato il Brasile non ha conosciuto alcun boom: è cresciuto in media meno del 3 per cento annuo. Con ritmi del 4-5 per cento, come nel primo ciclo dei governi del PT, Lula arriverebbe alle urne assai più saldo; con un'economia ferma sarebbe in affanno. Una ricerca del CEDLAS mostra che negli anni Dieci i redditi dei latinoamericani hanno continuato a salire, mentre il malcontento lievitava, in parte per la brusca frenata rispetto al decennio precedente. La gente progrediva, ma con passo più lento. Credo che questo spieghi perché in America latina chi governa stenti tanto a conservare il potere. Le eccezioni non mancano: in Messico López Obrador ha cementato una coalizione duratura grazie a robusti aumenti del salario minimo e al calo della povertà; in El Salvador Bukele ha conquistato un consenso sconfinato abbattendo gli omicidi, sia pure a caro prezzo per le libertà e le istituzioni democratiche. Poi ci sono le trasformazioni sociali: rispetto a vent'anni fa il Brasile è più istruito, più urbano, più legato ai servizi. Le chiese evangeliche offrono reti comunitarie, conforto e un racconto di riscatto personale che intercetta le aspirazioni di vasti settori popolari, e la diffusione del lavoro autonomo rimodella le domande rivolte alla politica. Il progressismo deve saper rappresentare questi nuovi ceti medi, ma ha anche un problema più elementare: tornare a offrire una prospettiva credibile di progresso economico durevole. Migliorare alcuni indicatori sociali è prezioso, ma dopo tanti anni di crescita asfittica non basta più a infiammare gli animi.
È noto che un argentino si suicidi gettandosi dalla vetta del proprio ego. Eppure nel suo ultimo libro, No somos un país de mierda (todavía) (Siglo XXI), lei racconta un dibattito che oscilla tra euforia e disfattismo sulle sorti nazionali. Da dove nasce questa polarizzazione?
Noi argentini possiamo trascorrere un'intera cena a lamentare che nulla funziona e, poco dopo, proclamare di avere l'asado più squisito e la gente migliore del pianeta. Il libro nasce dal disagio verso entrambi i discorsi. I problemi sono gravi: negli ultimi cinquant'anni siamo stati in recessione quasi metà del tempo, abbiamo convissuto con un'inflazione cronica e da oltre un decennio non riusciamo a crescere con continuità. Eppure, in termini assoluti, il paese ha compiuto progressi enormi: viviamo più a lungo, siamo più istruiti, abitiamo case migliori, godiamo di più diritti civili. E conserviamo una socialità fervida: secondo il World Happiness Report, l'Argentina registra livelli di felicità pressoché identici a quelli dell'Italia, che è ben più sviluppata. Le due cose sono vere, ma ciascuna parte politica trattiene la metà che le serve. La destra libertaria esalta il declino, e se tutto è in macerie far saltare lo stato appare sensato. Parte del peronismo e del progressismo ha invece sminuito problemi concretissimi, come l'instabilità macroeconomica o l'inefficienza dello stato. Il lettore italiano vi riconoscerà qualcosa: due società che da tempo arrancano e vivono un declino relativo, con una certa nostalgia per stagioni in cui il progresso pareva a portata di mano. Solo che noi vi abbiamo sommato un'instabilità macroeconomica ineguagliata. Il rischio di una diagnosi per cui tutto è da buttare è finire per demolire ciò che ancora sappiamo fare bene.
Qual è il bilancio di questi anni di Milei?
Il risultato principale è aver piegato l'inflazione e rimesso in ordine i conti pubblici. Milei ha ereditato un'inflazione annua superiore al 200 per cento; oggi viaggia intorno al 30, ancora alta, e resta da vedere se la stabilità attecchirà. L'Argentina ha già visto diversi piani di stabilizzazione promettenti naufragare in nuove crisi, e questo programma poggia in larga misura sul sostegno del Fmi e degli Stati Uniti. Nel libro sostengo che il paese deve sciogliere tre nodi: la stabilità macroeconomica, uno stato più efficace, una struttura produttiva più sofisticata. Sul primo si sono fatti passi avanti, sugli altri due si arretra. Il governo scommette sui giacimenti di idrocarburi di Vaca Muerta e sulle miniere, settori dal potenziale straordinario, ma senza alcun interesse a far germogliare industria e tecnologia intorno a essi. Quanto allo stato, abbiamo speso come gli europei ottenendo risultati latinoamericani, dunque serve una riforma profonda, ma Milei sembra più interessato a ridimensionarlo che a farlo funzionare. I tagli a scienza, università ed enti pubblici erodono capacità sedimentate in decenni. Cambiare una norma o un bilancio è semplice; riaprire un'impresa fallita, ricomporre un'équipe scientifica o richiamare i ricercatori emigrati lo è assai meno. Milei ha detto che lo stato "è peggio della mafia" e di essere "la talpa che distrugge lo stato dall'interno". È arduo immaginare uno sviluppo duraturo senza uno stato capace, e non scorgo un solo segnale di costruzione di capacità statale, a differenza di altre esperienze liberali del passato.
L'Argentina si sta deindustrializzando, con esportazioni sempre più concentrate sulle materie prime. Si avvia verso un "modello peruviano": conti in ordine, crescita trainata dall'export, profonde disuguaglianze e informalità diffusa?
Il rischio è concreto, ma l'Argentina è assai più diversificata del Perù: vanta un'industria automobilistica, la farmaceutica, la biotecnologia, il nucleare e il satellitare. Circa il 25 per cento delle esportazioni di beni e servizi è composto da manifatture di media e alta tecnologia e da servizi ad alta intensità di conoscenza. Il problema è la traiettoria: tra il 1974 e il 2024 il prodotto industriale pro capite si è contratto di circa il 28 per cento, mentre nei paesi avanzati l'industria ha perso peso nell'occupazione ma ha continuato a espandersi. Ora l'apertura commerciale precipitosa, priva di una strategia di riconversione, sta falcidiando imprese e competenze. Nel 2025 l'economia è cresciuta del 4,4 per cento, eppure sono scomparsi imprese e posti di lavoro dipendente formale: non accadeva da almeno trent'anni. Petrolio, gas e miniere avranno un'impennata, ed è una buona notizia, perché l'Argentina ha un bisogno disperato di valuta estera. La domanda è che uso farne. La Norvegia ha edificato intorno al petrolio un ecosistema di ingegneria e tecnologia offshore, l'Australia qualcosa di analogo con le miniere. Servono politiche deliberate, mentre il governo si affida quasi esclusivamente ai grandi investimenti estrattivi. Il Perù ha goduto di crescita e conti solidi grazie alle miniere, ma ha conservato un'informalità altissima e resta tuttora molto più povero dell'Argentina. E poi ci sono i servizi basati sulla conoscenza, software e consulenza professionale, che nel 2025 hanno esportato circa 10 miliardi di dollari, quasi il 10 per cento del totale. Non si tratta di resuscitare l'industria del 1970, ma di costruire una nuova industrializzazione all'altezza del XXI secolo.
Nella sua newsletter El Atlas lei mostra che, a parità di reddito, l'America latina è più felice e più violenta di quanto ci si aspetterebbe. Come si spiega questa anomalia?
Una spiegazione risiede nei legami sociali: famiglia, amici, tavolate condivise sono una fonte preziosa di benessere. Il denaro conta molto per essere felici, ma conta anche la qualità delle relazioni. In altre regioni in via di sviluppo i legami familiari e comunitari sono altrettanto stretti, ma spesso accompagnati da norme rigide che comprimono soprattutto le libertà delle donne e dei giovani. In America latina, invece, si intrecciano affetti calorosi e una cultura che ha dilatato molto le libertà personali: alla domanda su quanta libertà sentano di avere nello scegliere come vivere, i latinoamericani si piazzano ai primi posti al mondo. Ma c'è un paradosso: riponiamo grande fiducia nella cerchia ristretta e poca nelle istituzioni e negli sconosciuti. Quanto alla violenza, registriamo tassi di omicidio abnormi per il nostro livello di sviluppo, complici la disuguaglianza, la fragilità degli apparati di sicurezza, la facilità di procurarsi armi e soprattutto l'espansione di organizzazioni criminali legate al narcotraffico. È però una violenza molto concentrata: Argentina, Cile e Uruguay hanno tassi assai più bassi, e in Brasile o in Messico convivono città violentissime e altre placide. Lo sviluppo ha molte dimensioni, che non procedono all'unisono.
- Che cosa può portare l'America latina a un dibattito sullo sviluppo che di solito si specchia nei modelli occidentali o asiatici?
Molto, perché la sua storia è costellata di paradossi. Per capirli bisogna guardare lontano. Miguel Ángel Centeno mostra che in Europa secoli di guerre hanno spinto a edificare burocrazie e sistemi fiscali poderosi, mentre in America latina gli stati si sono formati per vie diverse, con capacità istituzionali più esili. Giappone e Corea, dal canto loro, vantavano tradizioni statali antichissime. Settant'anni fa Argentina, Brasile e Messico erano più industrializzati e più ricchi di buona parte dell'Asia, poi le traiettorie si sono capovolte. Nel Novecento, tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta, la regione ha vissuto la sua stagione di crescita più impetuosa, ma la nostra industrializzazione guardava al mercato interno, mentre Corea del Sud e Taiwan sviluppavano una formidabile vocazione esportatrice, favorite anche dall'accesso al mercato americano negli anni della Guerra fredda. Con la crisi del debito degli anni Ottanta questa differenza si rivelò decisiva: avevamo accumulato debito estero senza esportazioni equivalenti. La crisi troncò un'industrializzazione incompiuta proprio mentre l'Asia, e poi la Cina, acceleravano. Così abbiamo costruito società urbanizzate, con conquiste nitide in istruzione, sanità e diritti, senza portare a termine la trasformazione produttiva. Non a caso dalla Cepal, con Prebisch e Furtado, sono scaturite domande su specializzazione e divari tecnologici che tornano di bruciante attualità ora che la politica industriale è di nuovo al centro negli Stati Uniti e in Europa. E l'America latina ricorda che il benessere ha dimensioni, come le relazioni personali e la libertà individuale, che i dibattiti sulla crescita tendono a trascurare.