L’Europa si sveglia contro l'influenza della Fratellanza musulmana

L’8 ottobre, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, Strasburgo ha approvato una risoluzione contro l’influenza della Fratellanza musulmana, chiedendo al Consiglio Ue di valutare l’inserimento di soggetti collegati al movimento nella lista europea delle entità terroristiche

22 OTT 26
Immagine di L’Europa si sveglia contro l'influenza della Fratellanza musulmana

Foto via Getty Images

Non sempre serve infrangere le regole per cambiare una società. A volte basta imparare a usarle. E’ anche su questo paradosso che si fonda il fenomeno dell’entrismo islamista, sul quale il Parlamento europeo ha finalmente deciso di intervenire. L’8 ottobre, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, Strasburgo ha approvato una risoluzione contro l’influenza della Fratellanza musulmana, chiedendo al Consiglio Ue di valutare l’inserimento di soggetti collegati al movimento nella lista europea delle entità terroristiche.
La Fratellanza musulmana nasce in Egitto nel 1928, e il suo motto lascia poco spazio all’interpretazione: “Il Corano è la nostra Costituzione, il jihad la nostra via”. Sessant’anni dopo, lo riprende quasi alla lettera Hamas, che nello Statuto originario del 1988 si definisce un’ala palestinese del movimento. Il progetto politico della Fratellanza è promuovere, anche in Europa, una società nella quale i princìpi dell’islam politico acquistino progressivamente peso sulle istituzioni, sulle leggi e sulla vita pubblica.
L’entrismo, in fondo, parte da un’intuizione semplice: cambiare la società per trasformare, un passo alla volta, le istituzioni. Associazioni culturali, scuole, centri sociali, rappresentanza religiosa, relazioni istituzionali: tutte attività legittime, ed è proprio questa legittimità a renderle strumenti potenzialmente efficaci.
In Germania i servizi di sicurezza stimano in circa 1.450 le persone riconducibili alla rete della Fratellanza musulmana. Un numero in apparenza modesto, ma l’influenza politica non si misura contando le tessere: le autorità tedesche descrivono un sistema di moschee, centri islamici e associazioni capace di costruire relazioni e presenza nella società.
La Francia offre un esempio ancora più articolato. Un rapporto del ministero dell’Interno del maggio 2025 identifica Musulmans de France come principale emanazione nazionale della Fratellanza musulmana. Alla federazione risultano affiliati 139 luoghi di culto, mentre altri 68 sono considerati vicini alla sua area d’influenza.
Gli stessi autori precisano che nessun documento recente dimostra la volontà di Musulmans de France di instaurare uno Stato islamico o imporre la sharia in Francia. E’ una precisazione da prendere sul serio, ma la strategia che il rapporto descrive non passa da un’imposizione dall’alto: le regole di una società si possono anche svuotare, poco alla volta. Una deroga oggi. Un accomodamento domani. Un’eccezione che diventa precedente, un precedente che diventa consuetudine. E ciò che ieri sembrava impensabile finisce per apparire normale.
La stessa logica, a prescindere dalle sigle, è affiorata in questi giorni anche in Italia. A Padova una Camera arbitrale islamica, costituita a marzo, usa uno strumento previsto dalla legge, l’arbitrato privato, per rovesciare una gerarchia: il suo collegio si chiama Tribunale sciaraitico e applica il diritto italiano solo dove la sharia non dispone – salvo poi rettificare questa stortura successivamente. L’arbitrato regge su un presupposto: che le parti lo scelgano liberamente. Ma dove una comunità è chiusa, per chi è più debole, e per una donna prima di tutti, chiedere il giudice italiano può non essere una scelta.
Fin qui le organizzazioni. Poi ci sono le idee. Un’indagine Ifop del novembre 2025, condotta su un campione di musulmani residenti in Francia, rileva che il 46 per cento degli intervistati è favorevole all’applicazione della legge islamica nei paesi non musulmani: il 15 per cento integralmente, il 31 per cento parzialmente e adattandola alle legislazioni nazionali. Tra gli intervistati con meno di venticinque anni, il 32 per cento dichiara vicinanza al pensiero dei Fratelli musulmani.
Uno su tre. Dichiarare una prossimità ideologica è cosa diversa dall’aderire, dal militare o dal sostenere l’organizzazione, e la distinzione conta. Il dato però resta: le organizzazioni cambiano, si dividono, si riorganizzano, mentre le idee, quando trovano un pubblico, possono sopravvivere molto più a lungo.
Perché le idee si diffondano servono anche strutture e denaro. Nell’inchiesta Qatar Papers, pubblicata nel 2019, Christian Chesnot e Georges Malbrunot riportano documenti interni di Qatar Charity. Una tabella risalente al 2014 indica circa 71,8 milioni di euro destinati a progetti islamici in Europa. L’Italia figura al primo posto, con circa 22,9 milioni distribuiti su 45 progetti.
Quei finanziamenti non provano un illecito, e un centro islamico finanziato dall’estero non appartiene per questo alla Fratellanza. Resta una questione di metodo: quando un’organizzazione riceve risorse significative e intrattiene rapporti con le istituzioni, conoscere la provenienza di quei fondi e gli interessi dei finanziatori dovrebbe essere la normalità. Invece, su questo terreno, perfino la domanda sembra talvolta richiedere una giustificazione.
Altri, peraltro, non hanno aspettato Strasburgo. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno classificato la Fratellanza come organizzazione terroristica, e la Giordania ne ha vietato le attività nel 2025. In Europa, l’Austria ha vietato nel 2021 i simboli del movimento, e nel maggio 2026 il Senato francese ha approvato una proposta di legge contro l’entrismo islamista, poi trasmessa all’Assemblée nationale. In altri paesi il tema occupa da anni i rapporti dei servizi di sicurezza. L’Europa, dunque, non scopre oggi il fenomeno: decide finalmente di trattarlo come una questione politica comune.
E qui si torna al voto dell’8 ottobre. Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno scelto di opporsi alla risoluzione. Quali parti del testo sono state ritenute inaccettabili? Quale strategia alternativa ritengono necessaria? Quale resistenza ideologica, ammesso che ci sia, questi partiti non sono in grado di superare?
Per troppo tempo la discussione europea sull’islamismo politico è rimasta impigliata nella confusione tra una religione e un progetto politico che a quella religione si richiama. La libertà religiosa protegge il diritto di credere, praticare e associarsi, ma non dovrebbe impedire di interrogarsi sulle finalità politiche delle organizzazioni, sui loro finanziamenti e sui rapporti che costruiscono con il potere pubblico.
Chiedere trasparenza a una moschea, quindi, non è più discriminatorio che chiederla a una fondazione, a un sindacato o a un partito. Il criterio deve essere identico per tutti, ed è proprio la sua universalità a renderlo compatibile con uno stato laico.
La risoluzione di Strasburgo non mette al bando la Fratellanza musulmana e non risolve, da sola, il problema dell’entrismo. Segna però un passaggio politico: riconoscere che una democrazia può essere condizionata anche attraverso le libertà che garantisce. Meglio tardi che mai.