Esteri
confini contesi •
La luna di miele tra Netanyahu e Haftar è (già) finita
L’accordo tra Libia e Turchia sui confini cambia tutto: Israele ed Europa ora sono neri con Saddam. Si attendono ritorsioni
22 OTT 26

L'incontro di ieri fra Kaja Kalla
“Una famiglia come gli Haftar che l’America sta corteggiando ha contribuito a spianare la strada a un accordo che danneggia i partner dell’America?”. La domanda se l’è posta Brad Parscale, l’ex guru (oggi pentito) della comunicazione di Donald Trump. Su Townhall, sito di riferimento dei conservatori americani, Parscale ha notato come la relazione speciale fra la Casa Bianca e il generale di Bengasi, Saddam Haftar, è un boomerang per gli alleati degli americani, cioè per l’Europa e Israele. Il giorno dopo la ratifica del memorandum fra Libia e Turchia sui confini marittimi, tracciati fra due sponde opposte del Mediterraneo come se in mezzo non esistessero la Grecia o Cipro, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha detto che “l’accordo vìola i diritti sovrani di stati terzi, non è conforme al diritto del mare ed è nullo e privo di effetti”. Il ministro degli Esteri greco, George Gerapetritis, ha minacciato ritorsioni: “Tutti gli accordi di finanziamento per la Libia passano dalla Grecia. Anche il processo di adesione della Turchia all’Ue dipende dalla nostra posizione”. Il ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che “l’accordo vìola i diritti sovrani dei nostri stretti alleati. La Turchia ancora una volta destabilizza il Mediterraneo orientale”.
Martedì, quasi in contemporanea con la ratifica del memorandum fra Libia e Turchia al Parlamento di Tobruk, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato un’intervista a Channel 14 in cui ha attaccato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la sua politica di influenza nel medio oriente e nel Nord Africa. “Non sono io a volere uno scontro con la Turchia – ha detto – E’ la Turchia a volere uno scontro con noi. Erdogan sostiene che Israele debba essere distrutto e che Gerusalemme sia una loro città. Crede di poter far rinascere l’Impero ottomano. Dimentica che qui esiste un paese al quale siamo legati da oltre 3 mila anni. Non siamo più nel XVI secolo, quando gli ottomani presero il controllo di queste terre e governarono per 400 anni. Oggi qui esiste una realtà: lo stato ebraico, nella patria del popolo ebraico”. Il riferimento di Netanyahu alle aspirazioni ottomane di Erdogan chiama in causa anche la Libia, dove i turchi sono ormai tra gli interlocutori privilegiati sia a Tripoli sia a Bengasi. E se Israele è tanto interessato all’influenza turca in Libia è anche una questione di risorse e interconnessioni economiche.
Parscale, che oggi con la sua società di consulenza di digital marketing Clock Tower X lavora per il governo israeliano, nel suo editoriale scrive che se il memorandum tra Libia e Turchia dovesse avere un seguito, Israele e l’Europa vedrebbero messo a repentaglio il progetto del Gsi, il Great Sea Interconnector, il più lungo cavo elettrico sottomarino al mondo che dovrebbe unire Israele a Grecia e Cipro e quindi all’Europa per oltre 1.200 chilometri. Il segretario di stato americano Marco Rubio, in visita ad Atene due settimane fa, aveva sostenuto il Gsi. “Rubio aveva appena dichiarato che l’America si sarebbe adoperata per superare gli ostacoli al progetto – ha fatto notare Parscale – Ma lo schieramento di Haftar ha poi rafforzato la posizione del paese che frapponeva ostacoli al progetto stesso”. Cioè la Turchia che vede il Gis come un affronto di Israele ai propri interessi.
Il progetto del cavo sottomarino è finanziato dalla Commissione europea, che ha già stanziato 658 milioni di euro con uno dei finanziamenti più cospicui di sempre mai concessi da Bruxelles. “E’ una delle otto autostrade dell’energia a cui intendiamo dare priorità per completare la nostra unione energetica”, aveva detto il commissario per l’Energia Dan Jorgensen, lo scorso maggio. Uno sforzo profuso a scapito proprio della Turchia, che sperava di soffiare a Israele la partnership per il progetto. Ieri, in un’intervista alla stampa greca, ne ha parlato anche il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan: “Il mio presidente (Erdogan, ndr) ha detto che preferirebbe che acquistaste l’elettricità da noi piuttosto che trasportarla per una distanza di 2.000 chilometri, spendendo più di 2 miliardi di euro di fondi europei. Possiamo fornire acqua, elettricità e gas naturale dalla Turchia continentale, a sole 70 miglia di distanza, a vantaggio di tutti: greco-ciprioti, turco-ciprioti e per l’intera popolazione”. Fidan, che proprio ieri a Bruxelles ha incontrato l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas – poco entusiasta del vertice, a giudicare dall’espressione corrucciata al momento delle foto di rito – ha tentato di ridimensionare, affermando che il problema è meramente procedurale e che la Turchia non ha nulla contro il Gsi. “Ciò che chiediamo è che quando una nave effettua rilevamenti in mare, ci invii una notifica scritta, e non solo verbale, dichiarando: ‘Intendiamo svolgere attività specifiche in quest’area particolare. Ecco le coordinate’”.
Per Jalel Harchaoui, esperto di Libia al Royal United Services Institute di Londra, la rabbia di Israele per l’accordo fra Libia e Turchia è destinata a cambiare le sorti del paese nordafricano. “Israele è estremamente scontento della decisione di Saddam favorevole alla Turchia – spiega al Foglio – E’ assai probabile che, a breve, lo stato ebraico avvii una campagna contro Haftar sui media statunitensi e, aspetto ancora più cruciale, negli ambienti politici di Washington. L’obiettivo è quello di compromettere la posizione di Saddam, così da ottenere un maggiore potere negoziale e ridimensionare il suo allineamento con Ankara”. Dopo gli ammiccamenti recenti tra Israele e Haftar – compreso l’incontro segreto di settembre negli Emirati Arabi Uniti fra Saddam e Netanyahu – il memorandum con la Turchia potrebbe già segnare la fine della sorprendente luna di miele fra Bengasi e lo stato ebraico.
Di più su questi argomenti
Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.

