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“La forza economica dell’America è legata alla sicurezza dell’Europa”. Parla il generale Wesley Clark
L’America non ha isolato a sufficienza l’Iran dal sostegno russo e cinese. "Abbiamo sottovalutato la resilienza dell’esercito iraniano", dice il generale a quattro stelle in pensione
22 OTT 26

Foto Lapresse
La Casa Bianca preme sull’Ucraina perché smetta di colpire le raffinerie russe. I droni a reazione russi martellano Kyiv mentre le difese aeree si assottigliano. E la guerra americana contro l’Iran, lanciata con la promessa di una campagna rapida, si è trasformata in una prova di resistenza che attinge alle scorte statunitensi di intercettori, contro un avversario di medie dimensioni.
Pochi hanno vissuto da tanto vicino, in prima persona, il coinvolgimento militare americano quanto il generale a quattro stelle in pensione Wesley Clark. Nella primavera del 1999, da comandante in Europa della Nato, diresse l’operazione Allied Force, la campagna aerea di 78 giorni che costrinse le forze di Slobodan Milosevic a lasciare il Kosovo, una delle più grandi operazioni di combattimento nella storia dell’Alleanza.
Quella guerra continua a influenzare il modo in cui Clark legge i conflitti del nostro tempo. “Abbiamo isolato la Serbia”, ricorda parlando con il Foglio. I vicini della Serbia chiusero i confini e Belgrado perse i collegamenti con Mosca. “Milosevic capì di essere in trappola. Non avrebbe ricevuto alcun sostegno via terra dalla Russia. E questo fu uno dei fattori che ci aiutarono a chiudere il conflitto”.
Clark ha comandato le forze Nato in Europa dal 1997 al 2000. Prima aveva combattuto in Vietnam, poi aveva prestato servizio in Germania durante la Guerra fredda e comandato la Prima divisione di cavalleria dell’esercito americano in Texas. La sua carriera ha attraversato la guerra americana nel sud-est asiatico, il confronto con l’Urss e i conflitti seguiti al crollo del comunismo. In Iran, sostiene, Washington ha lasciato quella porta socchiusa: “Uno dei problemi che abbiamo oggi è che non credo che abbiamo isolato abbastanza l’Iran dal sostegno cinese e russo”. Dietro Teheran e Mosca c’è la stessa base industriale, “un enorme complesso manifatturiero e logistico in Cina”, e il suo peso in entrambe le guerre è difficile da sopravvalutare. I pianificatori americani speravano di conquistare la superiorità aerea e, con la potenza aerea, di dettare l’esito sul terreno. Ma se Washington può scatenare un’enorme forza distruttiva, per costringere un avversario alla resa serve di più. “Abbiamo sempre creduto che, data la predominanza militare americana, potessimo colpire duro e concludere in fretta una guerra contro un avversario convenzionale. Magari non sarebbe stato rapido sul terreno, ma gli attacchi di precisione avrebbero permesso all’aviazione di dominare. Avremmo usato attacchi di precisione per eliminare le difese e ottenere prima la superiorità e poi la supremazia aerea. E, allo stesso tempo, dopo i colpi iniziali, avremmo paralizzato la capacità degli iraniani di reagire”, spiega. “Ma abbiamo sottovalutato la resilienza dell’esercito iraniano”, ammette.
Le fabbriche cinesi che riforniscono Teheran tengono in piedi anche la macchina bellica di Mosca, e per Clark i due conflitti sono i fronti di un’unica sfida. La posta in gioco, però, è più alta in Ucraina. Vladimir Putin, dice Clark, vuole “tutta l’Ucraina” e, oltre a quella, il controllo sullo spazio europeo un tempo dominato dall’Unione sovietica. “Poi vuole una Nato frantumata e disunita e la presenza americana eliminata”, osserva. Il generale ritiene che Donald Trump voglia davvero la pace, ma crede improbabile che una qualsiasi offerta d’accordo possa avere la meglio sulle ambizioni che guidano Mosca. “Trump spera che, presentando un’opportunità come se fosse reale, le persone da entrambe le parti dicano: va bene – dice Clark – Ma il presidente Putin vuole ciò che vuole”. La Casa Bianca rischia di ripetere gli errori dei decenni passati, quando dopo il crollo sovietico Washington credette che “una rinascita militare russa potesse essere scongiurata con l’apertura diplomatica e l’interdipendenza economica”. Quanto alla possibilità che Trump cambi rotta e offra maggiore sostegno all’Ucraina, Clark resta prudente: “In questo momento il tema sono le elezioni di metà mandato e le conseguenze per lui, per il Partito repubblicano, per quello democratico, per il popolo americano. Ed è difficile vedere oltre novembre”.
Con l’avvicinarsi dell’inverno Mosca ha intensificato la campagna di terrore contro l’Ucraina, ma Clark non vede ragioni per credere che Putin possa piegare gli ucraini a forza di bombe. “Gli ucraini possono dover rinunciare, per un po’, al loro appartamento al ventesimo piano a Kyiv, quando non ci sono né ascensore né elettricità – dice – Ma questo rafforza la determinazione ucraina, non la distrugge. Del resto, lo stesso Hitler lo imparò a sue spese quando tentò di bombardare Londra durante il Blitz, nel 1940”. Ma se Mosca ottenesse ciò che vuole, non sul campo di battaglia ma attraverso i negoziati, sostiene Clark, ne uscirebbe rafforzata la capacità di Putin di esercitare pressione più in profondità in Europa: “Se l’Ucraina dovesse cadere sotto l’influenza russa, Putin sarebbe molto più forte per passare ai paesi successivi nella lista”. Agli americani che si chiedono perché la cosa dovrebbe riguardarli, la risposta è: il proprio benessere. “La forza economica dell’America è legata alla sicurezza dell’Europa”, dice il generale: “Siamo uniti da cultura, esperienza storica, stato di diritto e trilioni di dollari di valore. Dare l’Europa per scontata è stato un errore”.